Il Centro Studi Interculturali ARIEL ha presentato, presso l'Aula Seminari dell'Università IULM, la tavola rotonda 12 de Octubre Día de la Hispanidad. Le Indie di Colombo: racconto di un equivoco. Sono intervenuti: Mario Negri, Raúl Crisafio, Giuseppe Bellini, Pier Luigi Crovetto, Marco Cipolloni, Flavio Fiorani, Emilia Perassi, Giacomo Corna Pellegrini.
Le Cattedre di Cultura dei Paesi di Lingua Spagnola dell'Università degli Studi e dell'Università IULM, insieme all'Unità staccata di Milano dell'I.S.E.M., hanno organizzato un convegno internazionale di studi dal titolo Cecilia Valdés tra mito e realtà. Variazioni multidisciplinari sul tema della «mulata» nelle Americhe. I lavori si sono svolti a Milano tra il 24 ed il 25 ottobre 2005, con la partecipazione di numerosi studiosi ed artisti italiani e stranieri.
Venerdí 9 novembre la Cattedra di Lingua e Letteratura Ispanoamericana ha invitato Ana María Zubieta, decana dell'Università di Buenos Aires, per una conferenza dal titolo La memoria y el pasado en la literatura. La experiencia de la dictadura militar argentina.
Presso la Libreria Sansoviniana di Venezia, venerdí 18 novembre si inaugura la mostra di edizioni rare e di pregio, traduzioni italiane e straniere nelle biblioteche veneziane, Quixote/Chisciotte mdcv-2005. Alla manifestazione, curata da Donatella Ferro, è collegata una serie di eventi: Carmen Simón Pálmer, del C.S.I.C. di Madrid, presenta una relazione dal titolo La cocina de Don Quijote. Dal 22 al 30 novembre avrà luogo la rassegna cinematografica Gli schermi di Don Quijote, con cinque proiezioni: Don Quijote de Orson Welles di Jesús Franco, Don Quichote di Georg Wilhelm Pabst, Don Chisciotte di Maurizio Scaparro, Don Quixote di Peter Yates, Lost in La Mancha di Keith Fulton e Louis Pepe.![]()
Riproduciamo gli Indici delle riviste iberistiche di nostra competenza apparse ultimamente.
Quaderni ibero-americani, n. 96, dicembre 2004: Omaggio a Pablo Neruda
M. Urrutia, La mia vita con Pablo Neruda; G. Bellini, Viaggio al cuore di Neruda; B. Reyes, Viaje a la poesía de Neruda; N. Bottiglieri, Le case di Neruda; P. Neruda, Poesie di una vita; P. Neruda, Yo soy / Io sono; P. Neruda, Poesie; P. Neruda, Sobre una poesía sin pureza / Intorno a una poesia senza purezza; P. Neruda, Le mani del giorno; P. Neruda, Arte degli uccelli; P. Neruda, Tentativo dell'uomo infinito; P. Neruda, Una casa sulla sabbia; P. Neruda, Difetti scelti; P. Neruda, Alture di Macchu Picchu; P. Neruda, Venti poesie d'amore e una canzone disperata; T. Barrera, Neruda en su Centenario. Pablo Neruda 1904-2004.
Rassegna iberistica, n. 82, settembre 2005: Per Franco Meregalli
Margherita d'Austria (1522-1586). Costruzioni politiche e diplomazia, tra corte Farnese e Monarchia spagnola, a cura di Silvia Mantini, Roma, Bulzoni, 2003, pp. 341.
Il volume raccoglie gli atti di un convegno organizzato tra Parma e Piacenza nel settembre del 2001 dal Centro Studi «Europa delle Corti» e dall'Istituto di Storia Moderna e Contemporanea dell'Università Cattolica. La finalità dell'iniziativa, nata in seno alle celebrazioni dedicate a Filippo II e a Carlo V, è quella di dare maggior rilievo agli aspetti meno noti legati alla figura di Margherita d'Austria e, in particolare, alla sua opera di raccordo tra la nuova corte voluta da papa Paolo III Farnese e la Monarquía che essa stessa rappresentava. Manuela Belardini, Daniela Morsia, Giampiero Brunelli, Giuseppe Bertini, Bruno Adorni, Hugo de Schepper, Gaetano Sabatini, Raffaele Colapietra, Walter Capezzali, Mario Centofanti, Gabriele Nori, Laura Traversi e la stessa curatrice concorrono a segnalare l'azione politica e diplomatica di Margherita d'Austria, l'amministrazione dei feudi, il potere della sua immagine, le vicissitudini private, il profilo religioso, il collezionismo, i rituali, le carte d'archivio, la ritrattistica. (P. Spinato B.)
César Aira, Las curas milagrosas del Doctor Aira, México, Biblioteca Era, 2003, pp. 77.
Uscita inizialmente a Buenos Aires nel 1998, questo testo di Aira propone l'arte narrativa come unico ed ultimo rimedio ai mali fisici e psicologici che affliggono l'animo umano. Nel momento in cui sia la medicina tradizionale che le cure alternative si arrendono, l'esercizio della fantasia consente di ricreare un universo ristretto dal quale il male viene escluso a priori. Il romanzo verrebbe cosí ad essere un antecedente del miracolo divino, sebbene si rimanga nell'ambito piú ristretto della rappresentazione del reale. (P. Spinato B.)
I Gesuiti e la Ratio Studiorum, a cura di Manfred Hinz, Roberto Righi, Danilo Zardin, Roma, Bulzoni Editore, 2004, pp. 538.
Nel 1789 John Carroll, primo vescovo cattolico degli Stati Uniti, interpretò l'insegnamento di Sant'Ignazio fondando un'università che formasse sia cattolici per la Chiesa americana che cittadini per la nuova Repubblica. La sede italiana della Georgetown University, nel giugno del 2002, ha promosso un convegno presso Villa Le Balze, a Fiesole, per analizzare il ruolo sociale dei Gesuiti in Europa tra il XVI ed il XVII secolo. In questo volume della collana «Europa delle Corti» si riuniscono diciotto contributi sull'argomento specifico; in particolare, segnaliamo il saggio di Giovanna Zanlonghi, sul ruolo del teatro nella pedagogia gesuitica, e quello di Bernhard Teuber e Christian Wehr, sull'influenza degli esercizi spirituali nel barocco di Quevedo. (P. Spinato B.)
Otello Lottini, Unamuno linguista (e altri saggi), Roma, Bulzoni Editore, 2004, pp. 369.
A distanza di quasi vent'anni, con l'aggiunta di tre studi inediti, si torna a pubblicare un volume fondamentale per la comprensione della storia della linguistica spagnola e del ruolo di Miguel de Unamuno in questo specifico ambito disciplinare. Otello Lottini riflette sulla nascita della nuova linguistica europea per poi soffermarsi sul ruolo spagnolo attraverso il particolare periodo storico e le inevitabili limitazioni ideologiche. L'opera di Unamuno in ambito linguistico, considerata nella sua dispersiva frammentarietà, si rivela decisamente piú importante di quanto non denunci la sistematicità della sua opera intellettuale. (P. Spinato B.)
Emilia Perassi, Temi storici nel teatro ispanoamericano, Roma, Bulzoni, 2005, pp. 144.
La studiosa sviluppa un percorso sulla storia del teatro ispanoamericano in sei saggi che si estendono dal XVII al XX secolo. L'autrice spazia dall'analisi della prima commedia propriamente barocca del teatro coloniale, Comedia de San Francisco de Borja (1640) del gesuita Matías de Bocanegra - autore al quale aveva già dedicato lo studio Matías de Bocanegra e la 'comedia de santos' nella Nuova Spagna (Roma, Bulzoni, 1996, pp. 156) - di cui mette in particolare rilievo la relazione tra spiritualità e politica, alla rilettura dell'opera di Juan Ruiz de Alarcón, rilevandone la priorità conferita all'argomento morale vissuto in prospettiva laica. Segue il terzo capitolo di approfondimento teorico e critico dell'opera di Alarcón, in particolare della sua relazione col potere. Operante in Messico è pure Fernando Gavila, del quale la Perassi prende in esame in modo particolare l'opera La lealtad americana, (1796), incentrata sul personaggio storico del pirata Henry Morgan, sullo scenario di una Panama distrutta. Appartenenti alla tappa post-coloniale sono gli ultimi due autori esaminati, Novo e Neruda, scelti a rappresentare il perseguimento della identità nazionale il primo, latinoamericana/ /il secondo, con Fulgor y muerte de joaquín Muriet. In effetti i temi storici che costituiscono il filo conduttore della raccolta/ /non sono soltanto eventi o personaggi reali entrati nella rappresentazione teatrali come soggetto, ma anche l'osservazione
di "motivi importanti, dotati di forte tradizione, ovvero di storicità, all'interno del discorso letterario". Un apparato critico importante, che fa il punto sullo stato dell'arte in ogni capitolo sull'argomento toccato di volta in volta toccato, arricchisce il testo. (C. Camplani)
Victoria Colosio, Tango para vivir, Rosario, Sudamérica Impresos - Grupo Asegurador La Segunda, 2005, pp. 188.
Dopo decenni di studio, di pratica, di spettacoli e di viaggi vede la luce in Argentina il volume Tango para vivir, in cui Victoria Colosio consegna un piccolo saggio di sé, «el primero para empezar el cuento», come auspica María González nell'introduzione. Chi la conosce sa non solo il bagaglio di sapere teorico e pratico che ha accumulato, ma al tempo stesso la fatica di riuscire a darne un aspetto sintetico soddisfacente e non troppo riduttivo. Il libro, dunque, costituisce lo sforzo concreto dell'autrice e di chi ne sostiene praticamente l'impegno fisico ed intellettuale: Marcela Corte, coautrice, riconosce che «Ayudarla en la aventura de parir su libro no fue más que una muestra de gratitud». Gratitudine è proprio il perno intorno al quale gira il volume. Al di là delle pagine scritte di suo pugno, che introducono la propedeutica della danza da lei ideata, e accanto all'antologia di disegni, fotografie e testi raccolti in tanti anni di pellegrinaggi per il mondo, l'occasione è propizia, almeno a chi le sta accanto in questo periodo, per rappresentare e manifestare la riconoscenza di quanti hanno avuto la fortuna di incontrarla. (P. Spinato B.)
Márgara Russotto, Viola d'amore e altri versi, LietoColle, 2005, pp. 98.
Márgara Russotto è nata a Palermo nel 1946 ma si trasferisce con la famiglia in Venezuela all'età di dodici anni. Compiuti gli studi a Caracas, specializzatasi in Brasile, è docente universitaria di letteratura latinoamericana, traduttrice dall'italiano e dal portoghese e fine poetessa in lingua spagnola. Martha Canfield, nell'introduzione dal titolo La scrittura femminile e la poesia in Venezuela, segnala la specificità della Russotto all'interno di un genere in continua evoluzione. A partire dall'eredità di Sor Juana Inés de la Cruz, cui è dedicata un'intera sezione della raccolta, la Russotto sa rielaborare il proprio vissuto, sessuale, familiare, etnico, linguistico, in una poesia essenziale, a volte cruda, ma estremamente matura ed originale. (P. Spinato B.)
Maria Vittoria Calvi, Luisa Chierichetti, Javier Santos López (a cura di), Percorsi di lingua e cultura spagnola. In ricordo di Donatella Cessi Montalto, Milano, Selene Edizioni, 2005, pp. 455.
La prematura morte di Donatella Cessi Montalto ha riunito il 15 novembre 2002 presso l'Università di Milano amici e colleghi in un convegno organizzato da Maria Vittoria Calvi, suo successore istituzionale ed ideale alla cattedra di spagnolo da lei occupata. Un volume, appena uscito a cura dei collaboratori piú stretti, riunisce interventi critici, ma anche ricordi e testimonianze personali di quanti l'hanno conosciuta e apprezzata come allieva, come maestra e come collega.
All'introduzione della Calvi segue il programma del Convegno del 2002 quindi, riuniti in una sezione omogenea, i tributi affettivi. Enrico Decleva, Carlo Pagetti, Corrado Molteni, Giuseppe Bellini, Maria Teresa Cattaneo, Virginia Cisotti, Giovanni Battista De Cesare, Rinaldo Froldi, Silvio Leo, Gabriele Morelli, Anna Nencioni, Javier Santos López tracciano un delicatissimo e lusinghiero profilo della collega. Ognuno con sfumature proprie mette in rilievo aspetti talvolta poco noti o volutamente poco esibiti delle peculiari relazioni professionali intercorse, ma tutti concordano nel sottolineare le sue doti umane, la misura, la disponibilità, la saggezza, la dedizione, la sensibilità spesso straordinaria. Il ritratto di Donatella Cessi Montalto emerge a tutto tondo: come seria professionista ma soprattutto come personalità ricca e aperta agli altri.
Alla sezione piú accademica, partecipano Antonella Besussi, Lidia De Michelis, Dante Liano, Luis de Llera, Laura Durante, Mario Losano, Anna Nencioni, Daniele Pompejano, Maria Caterina Ruta ed Enrique Santos Unamuno per l'area culturale, mentre Pilar Capanaga, Encarnación García Dini, Josefa Gómez de Enterría, René Lenarduzzi, Emma Martinell, Alessandra Melloni, Miguel Ángel Rebollo Torío, Graciela Ricci, Rosa Rodríguez Abella, Félix San Vicente, Mariarosa Scaramuzza Vidoni, María Valero Gisbert per il settore linguistico. Chiude il volume la bibliografia della studiosa, curata da Luisa Chierichetti. (P. Spinato B.)
Silvana Serafin (a cura di), Ancora Syria Poletti: Friuli e Argentina due realtà a confronto, Roma, Bulzoni Editore, 2005, pp. 114.
Silvana Serafin prosegue l'analisi della figura umana e letteraria della scrittrice italo-argentina Syria Poletti con un terzo volume di saggi a lei dedicato. Dopo il Contributo friulano alla letteratura argentina e il volume sulla Immigrazione friulana in Argentina: Syria Poletti racconta., entrambi del 2004, la Serafin perfeziona la scansione con una serie di saggi volti, da una parte, a delineare il panorama artistico argentino, dall'altra ad identificare le strutture linguistiche e letterarie tipiche di una scrittura che attinge con grande maestria da due realtà diversissime tra loro. Questi gli interventi: Federica Rocco, Produzione letteraria argentina tra gli anni '40 e gli anni '90; Silvana Serafin, «Extraño oficio»: il potere salvifico dell'arte; Mara Donat, El género policíaco en Syria Poletti: un estilo y un lenguaje propios; Sagrario del Río Zamudo, Syria Poletti y su lengua en «Gente conmigo»; Renata Londero, Alla ricerca del contatto: la mimesi dell'oralità nei racconti di Syria Poletti; Catalina Paravati, Syria Poletti: sus obsesiones reveladas a través de estructuras lingüísticas. (P. Spinato B.)
Giuseppe Bellini
Di Santiago Montobbio è lungo il tempo della mia frequentazione, intendo quale lettore della sua poesia. Un incontro fortuito, dovuto alla generosità dei suoi invii, e infine il recente e rilevante libro, El anarquista de las bengalas (Barcelona, March Editor, 1995), che dà ulteriore sostanza a un periodo decisivo della sua creazione lirica.
Licenciado in Diritto e in Filologia ispanica, professore di Teoria della letteratura e di critica letteraria all'UNED, Montobbio ha al suo attivo una serie di significativi libri poetici: da Hospital de Inocentes (1989) a Ética confirmada (1990) e Tierras (1996), cui si aggiunge ora El anarquista de las bengalas, che rappresenta, nella sostanza, una summa della sua filosofia.
Riandando le pagine che il poeta a suo tempo mi ha inviato, ritrovo cose interessanti: non solo valutazioni critiche positive, come quelle di Jean-Luc Breton, pubblicate su Europe Plurilingue (n. 24, aprile 2002), dove è sottolineata la nota metafisica della lirica montobbiana, ma una significativa conferenza tenuta dal poeta nel 1999, Un café nunca está lejos, che immette nella profondità del suo sentire, nelle sue fonti formative e nell'apprezzamento di poeti, spagnoli ed europei in genere, in una concezione della cultura come un unicum che annulla ogni distinzione fittizia di nazionalità.
E un'affermazione che appartiene a un altro grande poeta ispanico, Manuel Altolaguirre: "Aún no he llegado a ser un buen lector de mi poesía. Aún no he logrado sentir lo que espero haber dicho". Espressioni alle quali il Montobbio, che le celebra, aggiunge di proprio:
Espero algún día tener el interés bastante por lo que de modo inevitable he escrito, y que tenga para conmigo igual decurso. También yo espero llegar a ser un buen lector de mi poesía, y sentir así entonces cosas en lo que he dicho.
Parole che danno dimensione consapevole alla problematicità del giudizio di un autore intorno alla propria opera, intesa del resto come pulsione insopprimibile, e aprono libera via all'interpretazione del lettore, e del critico. Il grande Miguel Ángel Asturias affermava sovente, con incomparabile modestia, che dalle pagine che si scrivevano sulle sue opere apprendeva sempre qualche cosa di nuovo, che al momento dell'atto creativo non aveva colto. Questo solo per sottolineare come la creazione artistica sempre rappresenti qualche cosa di misterioso, non dominabile razionalmente, anche per il suo autore e lo conduca a formulazioni che, partendo da un nucleo interiore, si manifestano in pluralità di significati le cui sfumature attinge il lettore.
Della propria poesia Santiago Montobbio ha dato saltuariamente anche qualche interpretazione critica, o meglio in qualche modo esplicativa, cosciente, tuttavia, di non chiarire esattamente le cose. Alludo al testo finale di Ética confirmada, dove suggerisce che il titolo del suo libro iniziale Hospital de Inocentes potrebbe alludere al manicomio, mentre Ética confirmada risale al Quijote (I, IX), là dove si dice che Rocinante era "tan hético confirmado", il che, secondo Martín de Riquer, riverito studioso cervantino, significherebbe colpito da "calentura mortal". Scrive Montobbio:
Al emblema yo le quito la h, para que la ética sea la ética, pero mantengo su enunciado, porque el que quede calificada como enfermedad mortal es algo que no deja de hacerme cierta gracia" (p. 75).
Il chiarimento-depistaggio è ora completo e al lettore non resta, fornito di questi dati, che orientarsi con le sue forze, la sua sensibilità, entro l'opera poetica. Un'opera che avvince per nitore linguistico nella formulazione di un messaggio profondo che accentua il disorientamento, o meglio, il disincanto di fronte a se stesso, al mondo e alla vita.
Disincanto che si manifesta fin da "Ex libris" di Hospital de Inocentes, con modalità scioccanti, relative alla creazione poetica: "No es bueno apretar el alma, por ver si sale tinta". O nella denuncia dell'insicurezza dei giorni e in un'ansia cosciente di annullamento, come attesta il poema "La tinta de este papel es la tinta última", centrato sul fallimento dei giorni:
Porque vivir no basta al hombre,
porque la cárcel
injusta de los días hace que se pudra
la pequeña carne de los sueños
Come prospettiva liberatoria sta "el final cianuro silenzioso".
Il tempo, come il poeta denuncia in "Ese tácito rito que me he impuesto", impedisce la realizzazione di grandi cose attraverso una sottile "maraña de trampas y estrategias" e fa sì che non ci si renda conto "que la vida nos aplasta". Il mondo è un insieme confuso, contorto, intricato, e solo la poesia rappresenta, in "Ética confirmada" del libro omonimo, attraverso l'espressione del dolore, la salvezza: "el modo extraño en que alguien se salva".
Questo è il clima fondamentale delle prime raccolte di Santiago Montobbio, dove anche l'amore è tema quasi in sordina ricorrente. Ma anche di fronte a questo sentimento vince, se non la problematica negativa dell'esistere, la routine, la "desidia" invadente. E' significativa in tal senso la lirica "Estampa relativa a mis tardes de domingo", compresa in Ética confirmada, che conclude, di fronte alle scontate proteste d'amore della donna, con la sottolineatura di un disinteresse dell'uomo, preso, si direbbe, non solo da altri pensieri, ma dalla frustrazione dei giorni e improvvisamente richiamato alla coscienza della situazione di coppia:
Luego ya me di cuenta de que estabas preocupada,
que hablabas quizá de amor o de nosotros
y desde luego también de que esta vez
me sgarraste in fraganti. Pero qué
quieres que te diga: las cosas
como salen bien es en su principio, y como
yo ya sé que tú me quieres muchísimo,
y que para colmo yo también te quiero,
entonces quizá sí que lo único
que debemos hacer es -¿no te parece?-
tener muchísimo cuidado con el perro.
Labilità dell'amore, senso di saturazione per un sentimento passato al rango di dato scontato, privo ormai del calore del primo entusiasmo, ora depositato sul fondo del tedio della vita, dell'indifferenza degli affetti nello scontato percorso, per cui vale più l'animale che la donna.
Nella nuova raccolta, El anarquista de las bengalas, fondamentalmente la filosofia, la problematica del poeta non muta, anzi si accentua. Il suo verso si arricchisce di risultati cospicui dal punto di vista espressivo, ora manifestandosi nell'essenzialità della notazione, ora incidendo in una sorta di linguaggio colloquiale, di controllato accento, e sempre trattando temi essenziali: l'uomo di fronte al mondo, alla vita, con la dichiarata certezza di una fatale e negativa conclusione, il proprio annullamento.
Ruolo rilevante ha in questo atteggiamento l'amore. Un sentimento si direbbe non tanto straziato quanto consunto dalla monotonia giornaliera. La nostalgia nerudiana per la donna passata ad altri amori, espressa nella "Canción desesperada", ha come per contrasto, nel poema di Montobbio "Fin de amor", l'affermazione di una reciproca indifferenza:
[.]. Pero sí: a mí
se me acababa el mundo -tanto la quise, tanto
y mucho- y cuidé los prólogos y apreté su dolor
y recuerdo que me molestó que la escena
tomara los contornos de una postal
hecha de encargo. (Era una calle
estrecha, y para colmo
llovía un poco).Tras el cristal del bar se veían pocos coches
mientras yo me odiaba sintiendo que el adiós
puede alguna vez ser la peor
de las humanas, sigilosas tormentas.-Pero casi no lloré
porque se me corría el rimmel-,
al día siguiente
explicó a una amiga.
La vita è un continuo teatro e solo esiste in essa la solitudine e il nulla ("Última carta"); la menzogna è "el techo" del vivere ("Ya basta") e si afferma la coscienza che né l'amore, né la notte ci uccidono, ma che noi ci uccidiamo, "quizá poco a poco", perché continue sono le sconfitte ("Principio y final de novela"); esistere è un camminare tra la gente e non essere con nessuno ("Con bastante octubre"), perché la terra è solitudine assoluta ("Sólo ella") e ogni storia è destinata all'oblio ("Toda historia").
Neppure l'opera del poeta sembrerebbe avere, a prima vista, alcun valore ("Versos a duro"), ma, invece, lo ha, se "el anarquista de las bengalas", come si esprime il poeta nella poesia omonima, ogni volta che dà vita a un problema comunica angoscia a sé e al suo prossimo:
Porque yo soy
el anarquista de las bengalas. Cada vez
que enciendo una tu corazón
y mi corazón se apagan.
Quale omaggio al poeta traduco alcune liriche, che riunisco in questa
Da: Hospital de Inocentes
L'inchiostro di questa carta è l'ultimo inchiostro
Perché vivere non basta all'uomo, perché la prigione
ingiusta dei giorni fa sì che marcisca
la piccola carne dei sogni
o perché ormai non mi restano strade che conservino
dentro qualche risata, o qualche nome,
sul mio comodino ho pronto
il cianuro finale silenzioso. Perché so che il dolore
sta in un bicchiere, ma non quando berlo;
sarà, forse, la prossima settimana, tra due giorni,
o più presto forse. Davanti a qualsiasi balcone,
in qualsiasi minuto. Quando gli occhi
non sopporteranno più le sue frustate e sarà tardi
quando indovinerete il modo in cui l'ombra
è un lupo che mi divora.
Ma benché
non abbia detto addio a nessuno, benché
per tutto ora sia tardi
se avessi voluto che quando leggerete questo
nessuno di voi fosse stolto e pensasse
che è ancora un poema. Perché questo non è un poema,
questo non è neppure un testamento,
io non ho nulla e nulla lascio e così
questo forse non è che una memoria o un annuncio
di quello per cui ormai non c'è più vento.
Da Ética confirmada
Stampa relativa ai miei pomeriggi domenicali
Io so già che mi ami moltissimo,
che tu parli e ami e parli
e poiché questo a volte mi stanca
io mescolo confuso parole,
e mentre tu mi ami o mi parli con malizia io approfitto
per far fuggire il mio cuore per altre città
e benché modestamente creda che in certe occasioni
ho dimostrato di avere
capacità per il teatro
molto temo che generalmente
questo tipo di fughe interne
non sogliano passarti inavvertite.
Così quando ieri d'improvviso mi dicesti, cosa facciamo?
e io dovetti scendere dalle nuvole per rispondere
con faccia molto seria: "Attenta al cane".
Poi mi resi conto che tu eri preoccupata,
che parlavi forse d'amore o di noi
e naturalmente anche che questa volta
mi avevi preso in fragrante. Ma cosa
vuoi che ti dica: le cose
quando vengono bene è all'inizio, e poiché
io ormai so che tu mi ami moltissimo,
e che per colmo anch'io ti amo,
allora forse sì che l'unica cosa
che dobbiamo fare è -non ti sembra?-
avere moltissima cura del cane.
Da: El anarquista de las bengalas
Dalla mia finestra oscura
La città che nessuno vede, ed è la più grande,
è quella in cui lavorano e sono condannati
a essere sempre uguali
tutti i miei nessuno.
Lettera ultima
Perché non avete mai capito nulla,
per il vostro amore e il vostro sogno legati
al continuo teatro di vivere
come tutto ciò che è vivo, per non ferirvi
(poiché fino alla fine, fino a non saperlo vi amo)
se per caso frugate tra le mie carte quando la vita
o la mia piena tristezza mi avrà consumato, questi versi
ancora hanno un motivo. Sono gli ultimi che scrivo,
perché sento la fine vicina, l'assurda scena,
in cui raccoglierete il mio corpo
sulla strada ferita, tra il dolore
e altre domande. Questi, sì, sono gli ultimi versi.
Quelli che dicono addio, benché tutto dica sempre un addio;
quelli che parlano d'amore e di addio, che fino alla fine
vi ho amato: fino alla fine addio o amore, sulla strada ora,
dietro quest'ultima lettera, padre, madre, amici spezzati,
che fino alla fine sia il nulla, e una solitudine perseguiti.
Solo lei
Assoluta la terra, e deserta.
Solo lei rimane. Solo lei.
Assoluta o deserta. Attraverso
epitaffi nel procedere stracciati,
pietre e occhi
che mi negarono il nome
resta la terra dove
con la mia luce antica sono morto: perché
sono un commiato che non dice
addio a nessuno, o meglio, il mio
dio fanciullo sta nell'aria.
L'anarchico dei bengala
Io sono l'anarchico dei bengala,
l'anarchico unico, quello che permane e passa:
ho avuto nomi nei quali dormiva la frutta
dei cuori strani. Ad ogni ora lavoro,
specie quando la gente afferma
che non faccio nulla. So lavarmi l'anima
sopra la carta e null'altro, metto bombe ad orologeria
nelle città che sento alla schiena,
cercare e con oblio il solletico a un amore
che prefiguro con distanza e attraverso tutto questo
continuare a essere in ogni parte essendomene
andato.
Perché io sono
l'anarchico dei bengala. Ogni volta
che ne accendo uno il tuo cuore
e il mio cuore si spengono.
Inizio e finale di romanzo
Non uccide la notte e neppure l'amore.
Siamo noi che ci uccidiamo, forse poco a poco.
(Su questa parete ridenti nubi sono il grasso
se alle sconfitte della vita lo paragoni).
Fine d'amore
Benché per queste cose sia stato sempre particolarmente inabile
suppongo che per quanto uno sia molto maldestro
alla fine e col tempo vada imparando
e forse per questo il giorno in cui la lasciai
non mi dimenticai di prologhi né di eccessi di nervi
e così mi applicai ad accendere accuratamente
le parole -o forse con la sigaretta si faceva questo?-
prima di mostrarle un calloso cuore indurito.
E in quell'addio a me mi si finiva il mondo,
perché mi sembra che allora io avevo
un assai esigente e prolisso elenco
di onestà, cosa che vergognosamente
ricordo con trascuratezza, poiché ora penso
che il più a cui possiamo aspirare
in questa vita è a essere padroni
di alcune confusioni. Ma sì: a me
mi si finiva il mondo -tanto l'amai, tanto
e molto- e curai i prologhi e costrinsi il suo dolore
e ricordo che mi diede fastidio che la scena
assumesse i contorni di una cartolina postale
fatta su commissione. (Era una strada
stretta, e per colmo
pioveva un po').
Dietro il vetro del bar si vedevano poche auto
mentre io mi odiavo sentendo che l'addio
qualche volta può essere peggiore
delle umane, silenziose tormente.
-Ma quasi non piansi
perché mi si scioglieva il rimmel-,
spiegò il giorno dopo
a un'amica.