Torna alla Home Page

Miscellanea

Mario Maffi

BLUES DELLA MORTE PER ACQUA: RICORDANDO NEW ORLEANS

Questo saggio è in corso di pubblicazione su Ácoma. Rivista Internazionale di Studi Nord-Americani. Chi fosse interessato a citarlo o riprodurlo integralmente o in parte è dunque pregato di farvi riferimento.

I

Louisiana, Louisiana,
they’re tryin’ to wash us away
they’re tryin’ to wash us away
Louisiana, Louisiana,
they’re tryin’ to wash us away
they’re tryin’ to wash us away
	
Randy Newman[1]

Ricordo l’ultima sera passata a New Orleans, ai primi di settembre di quattro anni fa — un gumbo saporito in una piccola trattoria vicino a Ursulines Street, un’ora di vecchio jazz elettrizzante alla Preservation Hall su St. Peter, il bicchiere della staffa nella quiete della Napoleon House all’angolo di Chartres e St. Louis, un cielo gonfio di nubi e traversato da lampi, le strade ancora lucide dei rovesci del pomeriggio, e poi Jackson Square sorvegliata a vista dalla cattedrale, e di lì su per l’argine e giù dai gradini di legno, fino a sfiorare le acque del Mississippi, dense, turgide, quasi minacciose. Partivo la mattina dopo per il secondo viaggio lungo il fiume, verso le sorgenti, e nei rituali che si compiono alla vigilia delle partenze ricordo d’essermi chiesto che cosa mi avrebbero detto stavolta quelle acque così piene, così imperiose, e quando sarei tornato nella città del “Big Easy”. Il giorno dopo, risalendo il fiume sulla riva destra (quella occidentale, la Côte des Allemands, e più su, a nord di Baton Rouge), cittadine come Hahnville, Donaldsonville, Bayou Goula, Plaquemine, e poi Morganza, Torras, Shaw, Slocum, Blackhawk, Deer Park, tracce mai sopite di piantagioni e schiavitù, le magnolie e i banani, le ricche mansions e una povertà diffusa e crudamente esplicita, vedevo tutta quell’acqua maestosa, quell’acqua incontrollabile, che si spandeva ovunque, di sotto gli argini, in polle, pozze e rigagnoli, in laghi e laghetti, paludi e marcite, in rivoli veloci, in rami secondari che non andavano da nessuna parte, in fiumi e fiumiciattoli che sembravano entrare nel Grande Fiume per subito uscirne e aggomitolarsi da tutte le parti, verso ovest, verso la Bassa Louisiana, verso la Cajun County; e quell’acqua che s’addensava in cielo e lo gonfiava fino a stremarlo, pronta a scaricarsi giù in un sipario azzerante ogni cosa per violenza improvvisa; e infine quell’altra acqua, che non vedevo ma sapevo esserci, incombente, dall'altra parte del fiume, dentro al grande Lago Pontchartrain e al più piccolo Lago Maurepas, con la rete di torrenti e canali che li collegano al Mississippi e al mare. Un universo d’acqua, smisurato e inquietante, e, in mezzo, quelle terre dolci e fertili, come sfuggite a un diluvio, precarie, in trepida attesa dei prossimi, inevitabili sconvolgimenti, e al centro di tutto la città, quasi un’isola emersa a stento — “L’Île de la Nouvelle Orléans” delle origini...

Ricordo lo strano disagio con cui guidavo, rapito dagli scenari indicibili, ma pure incalzato da una specie di angoscia, una singolare ansia e irrequietudine. I grandi mostri dei sistemi di contenimento del Mississippi, gli argini e le chiuse, gli sfioratori e le dighe, erano tutti intorno, a movimentare le terre basse, separandole, ridisegnandole, riorganizzandole, pachidermi d’acciaio e cemento, prigioni per le acque come il vicino, orribile penitenziario di Angola lo è per gli umani — il Morganza Spillway, l’Old River Control System, il Three Rivers Lock, il Bonnet Carré Spillway... o l’Old River Control Auxiliary Structure:

[...] una sequenza di sette torri [...] verticali nella parte rivolta contro corrente, inclinate in quella rivolta all’Atchafalaya River. Sembrano archi rampanti che confrontano il Mississippi. Le torri sono separate da sei paratoie arcuate, convesse nella parte che dà sul Mississippi e incardinate in perni fissati con acciaio in modo tale da far carambolare la forza del fiume verso il centro del sistema. Sollevate da cavi, queste paratoie [...] sono tanto leggere e aggraziate quanto può esserlo qualcosa che pesi complessivamente 2600 tonnellate. Ciascuna è larga 62 piedi. È quanto di più robusto il Corps of Engineers abbia progettato e costruito. [2]

Ma, guardandoli da vicino, visitandoli e camminandoci sopra, l’automobile parcheggiata sulla ghiaia bagnata del posteggio dietro gli uffici, il senso era forte della loro fragilità davanti a quell’energia possente, racchiusa in due rive, in due argini, e incanalata verso il mare in modo che prima passasse per New Orleans e non — come da tempo vorrebbe fare — saltasse la città spostandosi più a ovest. Il senso che, lì, quelle terre, così dolci e sognanti (così povere e drammatiche), fossero giorno dopo giorno sul limine della catastrofe: aggredite dal mare e dal cielo, minacciate dal Grande Fiume, dai fiumi e dai laghi tutt’intorno. Soprattutto in giorni di pioggia come quelli.

La stessa impressione avevo avuto qualche giorno prima, guidando da New Orleans verso il Golfo, lungo il tratto terminale del fiume che si apre al mare con un delta a zampa d’uccello (non il Mississippi Delta, che è il nome idrologicamente scorretto anche se culturalmente pregnante del tratto più a nord, tra Memphis e Vicksburg: l’origine del blues). Terre basse, marcite e paludi ovunque, e poi gli argini, le raffinerie e le industrie di estrazione e raffinazione, l’indotto di un fronte del porto esteso nello spazio, fino al mare — l’impressione di un contrasto insanabile fra acque dolci e acque salate, fra acqua e terra, fra necessità primarie e urgenti del capitale e ritmi lenti e organici della natura; il senso di un digradare progressivo, di un decadere inesorabile delle terre abitate e sfruttate verso l’abisso marino, ben oltre il fondale di deposito millenario lasciato dal fiume. O, sempre qualche giorno prima, guidando verso ovest, attraverso la Cajun County, tra le paludi e i fiumi Téche e Chéne e il più grande di tutti (e oscuro oggetto del desiderio del Mississippi, che a esso — probabile tratto originario di millenni passati — vorrebbe infine ricongiungersi), l’Atchafalaya: “centinaia di miglia quadrate di bayou, isole di salici, acquitrini sabbiosi, verdi argini coperti di ranuncoli, ampie baie punteggiate di cipressi morti e piattaforme petrolifere, e boscaglie inondate, piene di mocassini acquatici, alligatori e nere nuvole di zanzare” [3]. Acqua ovunque, intorno, sopra e sotto: Venezia, Amsterdam...

o Atlantide?

torna su

II

Dans l’année de cinquante-sept, dans les mèches de la Louisiane,
De dans la mer y a v’nu une lame qu’a couvert desu’ l’accore;
Tout le bien des residents a flotté su’ l’herbe d’hiver.
On va s’rappeler de l’ouragon de dans l’année de cinquante-sept.
Tous les bêtes d’la Grand Chênière ont ’té noyées de dans les mèches.
Les habitants d’la Pacanière ont ’té ruinés par l’eau salé,
Et les residents des îles, avec tout l’courage du monde,
Ont retourné desu’ leur îles, de dans l'année de cinquante-sept.
	
Alex Broussard [4]

Dalle sorgenti alla foce, il bacino idrografico del Mississippi era originariamente un “sistema in equilibrio”. Ciò vuol dire che, al di là degli accidenti occasionali, il fiume, i suoi affluenti, le terre circostanti erano legati insieme in un reticolo di forze che si bilanciavano. Nei tempi di magra, il Padre delle Acque scorreva fra argini creati naturalmente dal deposito di sedimenti, alimentando qua e là piccoli emissari che in primavera, quando le acque si gonfiavano, servivano a farle sfogare altrove. Nei tempi di piena del ciclo naturale (o quando si verificavano inondazioni), il fiume tracimava e ricopriva le basse terre circostanti sedimentandole e fertilizzandole, a volte spingendosi fino a 50 miglia all’interno. E le popolazioni native convivevano con questi ritmi, si spostavano e interagivano con essi, alternavano nomadismo e vita sedentaria (è anche possibile che almeno alcuni dei mounds, le collinette tipiche delle culture americane native, rispondessero all’esigenza di conservare oggetti, raccolti e insediamenti in posizione elevata). Quando poi giunsero gli europei, portando con sé un embrione di capitalismo destinato a svilupparsi con irruenza pari a quella delle acque del Mississippi, l’equilibrio venne intaccato. Il fiume come via di comunicazione e commercio richiedeva porti e cittadine sulle rive, le terre fertili andavano parcellizzate e ripartite per essere vendute e comprate, coltivate e sfruttate: così, gli argini naturali vennero elevati (levée) e irrobustiti, altri se ne aggiunsero di artificiali con sistemi costruttivi sempre più sofisticati, piccoli e grandi emissari vennero troncati e trasformati tutt’al più in laghetti dalla forma caratteristica a ferro di cavallo. Anche così, il fiume rimase indomito: quando riusciva, cambiava corso, s’apriva altre strade, tagliava dritto eliminando un’ansa (i celebri cut-offs che a volte segnavano il destino di un villaggio)... [5]

Ma che cosa c’entrano l’uragano Katrina e il disastro di New Orleans con il fiume Mississippi e il suo bacino? Tutto si tiene, in verità. Le acque di terra, di mare e di cielo formano un sistema complesso, sono collegate insieme, tanto che un piccolo episodio in un punto ha ripercussioni violente in un altro punto, anche lontano — il vibrar d’ali d’una farfalla, e tutto quel che ne segue... Si prenda una mappa idrografica del Nord-America. A guardarla con attenzione, il destino di New Orleans vi appare quasi segnato: una massa enorme d’acque che da ogni punto compreso all’interno delle due catene montuose degli Appalachi a est e delle Montagne Rocciose a ovest rotola verso il Mississippi e, tramite esso, verso il mare, convergendo sulla Crescent City, la “città-mezzaluna”. Dal nord, dall’ovest e dall’est, con tutte le gradazioni intermedie, New Orleans e le terre circostanti sono dunque potenzialmente soggette agli effetti di qualunque minima variazione nella massa d’acqua, nella sua velocità e densità. Non basta: sono aggredite anche da sud, dai marosi e dalle tempeste, dagli uragani che si formano in quel bacino mediterraneo aperto, in quel laboratorio di tempeste che è il Golfo del Messico. Con il tempo, il mare ha eroso la costa, e continua a farlo a ogni impennata, a ogni sfuriata, inesorabilmente.

A questo punto, ci ha messo lo zampino lo sviluppo capitalistico degli ultimi duecento anni (e più): ha imbrigliato il Fiume e i fiumi, li ha costretti entro argini sempre più alti e così, da un lato, ha impedito loro di esondare depositando terra nelle aree circostanti e, dall’altro, ha accresciuto la loro forza e velocità, la loro violenza virtuale ed effettiva. Gli effetti sono molteplici: l’erosione e l’abbassamento del suolo soprattutto nella Bassa Louisiana e lo spingersi sempre più avanti, quasi in linea retta, del delta del Mississippi, con il risultato che i depositi trasportati dal fiume non si spargono più lungo la costa come è avvenuto per millenni (il Mississippi con il suo bacino di fiumi ha “depositato” il continente nord-americano), ma vengono scaricati direttamente giù, nell’abisso dei Carabi. Ancora McPhee:

La Louisiana che conosciamo sta affondando. I sedimenti [trasportati dal fiume] vengono trattenuti all’interno degli argini e sparati nel Golfo alla velocità di 356.000 tonnellate al giorno — sparati oltre il crinale come piselli da una cerbottana e perduti nell’abisso del Golfo. Man mano che le acque salgono fra i due argini, il terreno all’esterno degli argini s’abbassa, con il risultato che la pianura del delta del Mississippi è diventata una Venezia ingigantita, che si stende per duecento miglia — i suoi fiumi, i suoi bayou, i suoi canali artificiali nient’altro che una grata d’acqua fra terre calanti. [...] La St. Bernard Parish [contea], che abbraccia la periferia di New Orleans ed è più grande dello Stato del Delaware, è per il 2 per cento terra ferma, per il 18 per cento marcite e paludi e per l’80 per cento acqua. [6]

Non basta ancora. L’urbanizzazione selvaggia intorno a New Orleans, le necessità impellenti dell’industria petrolifera e del gas naturale, la cementificazione diffusa, hanno trasformato in profondità la regione, distruggendo vegetazione, abbattendo foreste, spianando rilievi. Un articolo di Mark Fischetti (illuminante e inquietante per data e titolo) disegna molto bene gli scenari e giunge a ovvie conclusioni, mostrando come tutto si tenga:

Il fiume è oggi imbrigliato dalla Louisiana settentrionale fino al Golfo, e ciò impedisce il depositarsi tutt’intorno di sedimenti, con il risultato che la pianura continua ad abbassarsi al di sotto del livello dell’oceano incombente. Man mano che le terre paludose [con la loro vegetazione] scompaiono, scompare anche la protezione di New Orleans dal mare. Il fronte di un uragano può raggiungere un’altezza di più di 20 piedi, ma quattro miglia di palude possono assorbire abbastanza acqua da abbatterlo di un piede.

La piatta zona paludosa fuori New Orleans è ancora una spugna vibrante di vita, un miscuglio cangiante di acqua dolce poco profonda, di verdi piante acquatiche e di paludi di cipressi ornate di festoni di muschio. Ma [a metà strada fra la città e il Golfo] la spugna si fa sempre più sbrindellata e satura d’acqua: strade isolate costruite su letti di pietra sopraelevati passano oltre arrugginite case mobili ed ex-bordelli lungo bayou ora semi-sommersi d’acqua; e poi spuntoni di alberi spogli e nudi ed erba ingiallita e distese di acquitrini svuotati.

A Port Fourchon, dove la palude sbrindellata cede infine al mare aperto, l’abbassamento e l’erosione del suolo si fanno aggressivi. La strada solitaria serve solo a collegare una serie di desolati edifici in lamiera ondulata dove convergono le tubature del petrolio e del gas naturale da centinaia di pozzi off-shore. Innumerevoli piattaforme creano una cupa foresta d’acciaio che si leva dal mare. Per portare i generi di prima necessità, le compagnie che estraggono combustibili fossili hanno dragato centinaia di miglia di canali di navigazione e di scorrimento di condotte attraverso tutte le paludi della costa e dell’interno. E ogni scavo rimuove altra terra, il traffico e le onde prodotte dalle imbarcazioni erodono di continuo le rive. In media, la costa degli Stati Uniti subisce un’erosione di circa due piedi l’anno, [...] ma Port Fourchon perde dai 40 ai 50 piedi l’anno — il ritmo più rapido dell'intero paese. La rete di canali, inoltre, offre libero accesso all’acqua salata, che dilaga nelle marcite d’acqua dolce dell’interno, aumentandone la salinità e uccidendo le erbe, la vegetazione e le foreste delle terre basse, mangiandole dalle radici in su. Non rimane vegetazione a impedire al vento e all’acqua di corroder via le marcite. In uno studio, promosso dalla stessa industria petrolifera e del gas, è stato documentato che l’industria ha causato un terzo della perdita di terre del delta. [7]

Così, mentre la Louisiana perde un acro di terra ogni 24 minuti, anche la città di New Orleans, già costruita sotto il livello del mare [8], s’abbassa giorno dopo giorno: un grande catino che si riempie di continuo quando le si rovesciano addosso anche solo i normali acquazzoni di questa regione semi-tropicale [9]. Per eliminare quest’acqua eccedente, sono stati costruiti canali che la scaricano nel Lago Pontchartrain; ma, poiché il lago si trova più in alto della città, ai canali si sono aggiunte le pompe idrauliche che permettono all’acqua di superare il dislivello. Ora, questi canali sono poco più di semplici fossati, in cui filtra da tutt’intorno il terriccio umido sedimentato: ciò che le pompe spediscono a forza dentro al lago è dunque acqua mista a terra, quella stessa terra su cui siede la città. “Non facciamo che aggravare il nostro problema”, commenta un geologo della Louisiana State University. [10] E gli fa eco Mark Fischetti: “New Orleans è un disastro che attende solo di verificarsi”.

Intanto, come scrive James Sallis:

“Piove”, dissi. E forte, a giudicare dal rumore. Centimetro dopo centimetro, l’acqua sarebbe cresciuta in direzione delle verande di midtown, la spazzatura sul bordo dei marciapiedi dappertutto in città avrebbe cominciato a galleggiare, e le sapienti pompe del Corps of Engineers avrebbero cercato tossendo e ansimando di rovesciar fuori della città l’acqua portandola al livello del mare. Sì, sarebbe continuato, il brutto tempo: altre calamità, altre morti, altra disperazione. Nemmeno la ben che minima indicazione d’un cambiamento, da nessuna parte. Nessuna speranza: il tempo non cambierà. [11]

Una catastrofe annunciata, dunque: ma certo non una catastrofe “naturale”. [12]

torna su

III

rain
rain drenches the city
as we move past
stuffed black mammies
chained to Royal St. praline shops
check it out
past Bourbon St. beer cans
shadowed moorish cottages
ships slipping down the riversnake past
images of the bullet-riddled bodies of
Mark Essex & Bras Coupe
buried in the beckoning of the blk
shoeshine boy
when it rains it pours
check it out
Tom Dent [13]

Il French Quarter, la culla del jazz, il voodoo, il Mardi Gras... E ancora: i pirati fratelli Lafitte, Napoleone e Andrew Jackson, i bordelli di Storyville, il “tram chiamato Desiderio”, il gumbo e lo Sazerac, l’architettura insolita e varia delle shotgun houses e i balconi floreali in ghisa, Degas e “the House of the Rising Sun”, i vampiri di Anne Rice e il Café du Monde... È innegabile il fascino di New Orleans — città “altra” rispetto all’America, così europea, così africana, così caraibica: e ciò, nonostante l’oscenità del grande bazar del turismo e il ricadere continuo nel “color locale”, l’esplodere periodico del sensazionalismo più o meno a buon mercato e la tentazione della rivista patinata da agenzia di viaggi. D’altra parte, è vero quel che scrive Andrei Codrescu, una delle voci più significative della città: “La gente — e non solo gli scrittori — è attratta da New Orleans perché è piena di storie e di ascoltatori che non hanno niente di meglio da fare che ascoltarle”. [14] O, come canta Tom Waits, “Well, I wish I was in New Orleans/ I see it in my dreams”. [15] Da sempre, questo fascino si è fatto sentire, ha nutrito una specifica “cultura di New Orleans”, ne ha fatto una vera e propria “città-laboratorio”: stratificata, mescolata, creola e creolizzata — un processo, una storia, che non si possono racchiudere in poche parole, in poche pagine, ma che hanno dentro scrittori e scrittrici di fine Ottocento come Mark Twain, George Washington Cable, Lafcadio Hearn, Kate Chopin, Grace King, Alice Dunbar-Nelson, il “rinascimento” degli anni Dieci, Venti, Trenta del Novecento con Sherwood Anderson, William Faulkner, F. Scott Fitzgerald, Zora Neale Hurston, e poi ancora Tennessee Williams, Truman Capote, Lillian Hellman, Walker Percy, John Kennedy Toole, e oggi Ellen Gilchrist, James Lee Burke, James Sallis, Barry Gifford, tanti altri, insieme alla storia infinita del jazz e della musica afro-americana e cajun e zydeco, ai nomi di Buddy Golden, King Oliver, Louis Armstrong, Wynton Marsalis, di Irma Thomas e Fats Domino, di Amedé Ardoin e D. L. Menard... — nomi e momenti importanti, noti o meno noti, a mettere insieme un ordito fitto e variopinto d’influenze e voci diverse, contrastanti, un’intrigante babele di lingue e accenti, una vitalità indubbia che si coniuga però a un’entropia sempre in agguato... Perché quello di New Orleans è anche un fascino ambiguo, contraddittorio, malato. Scriveva un giovane William Faulkner:

New Orleans... una cortigiana la cui presa è forte sull’uomo maturo, al cui fascino il giovane non può non rispondere. E tutti quelli che la lasciano, per i capelli scialbi e slavati di una vergine, per il suo seno scolorito e gelido su cui nessun amante è mai morto, tornano a lei quando sorride da dietro il languido ventaglio... New Orleans. [16]

Città della schiavitù e del mercato degli schiavi, della speculazione finanziaria e della stratificazione sociale, della competizione economica e delle realtà di classe — fin dagli inizi, fin da quel lontano 1718 in cui Bienville decise di fondarla. “Capitale americana dell’omicidio”, città violenta e povera, di oppressione e discriminazione, di corruzione e illegalità, di affarismo e criminalità intrecciati insieme in maniera sotterranea, e nemmeno troppo. Secondo porto mercantile degli Stati Uniti, quello cui affluisce tanta parte del prodotto interno delle campagne del Midwest, e da cui s’irradiano e su cui convergono merci per e da ogni parte del mondo — praticamente un unico porto ininterrotto da Baton Rouge al mare; cuore dell’industria del petrolio e del gas naturale, con i tralicci e le piattaforme che punteggiano la costa della Louisiana e dell’Alabama e il mare appena al largo, mescolando sostanze oleose alle acque dolci e salate, le lunghe chiatte rugginose che avanzano lente lungo i canali a perdita d’occhio dell’Intracoastal Waterway — New Orleans aveva, ancora nel 1996, un buon 46 per cento di popolazione infantile che viveva “in povertà”, e un numero ondeggiante fra i settemila e i diecimila di senza tetto, di cui quasi il 50 per cento composto di giovani sotto i diciotto anni. Ancora: nel Duemila, la popolazione africana americana vivente “in povertà” (persone con un reddito fino a $9000 l'anno o famiglie di quattro persone con reddito fino a $18.000 l'anno) era del 35 per cento, con un significativo 11 per cento di bianchi. [17] Inoltre, l’area intorno alla città, soprattutto nelle paludi della Bassa Louisiana o, poco più a est e a nord-est, sulla costa e nelle campagne del Mississippi e dell’Alabama, è fra le più povere e disperate, e a farne le spese sono soprattutto, oltre alla popolazione africana americana, gli immigrati antichi o recenti: gli isleños di origine spagnola, discendenti di quelle comunità che più di duecento anni fa, dopo essersi stabilite nelle Isole Canarie, si erano poi spostate nelle regioni paludose alle foci del Mississippi, da sempre pescatori e trappolatori (“Yo me arrimé a la costa, buscándome el abriguito./ Sentí una voz que decía, ‘Aquí estoy yo helado’/ Era un pobre jaibero, pescando en el mes de Febrero”, e ancora: “Esto si que es un trabajo, y esto si que es una fatigua/ Lo que pasa un pobre trampero para mantenar su familla”, cantano ancora oggi i cugini Allen e Irvan Perez) [18], i pescatori slavi di ostriche e i coltivatori cinesi di riso, i cajun di origine franco-canadese [19] e ciò che rimane delle tribù Native American dei choctaw, dei chickasaw, dei chitimacha — l’ “altra America”, quella reale, il vero proletariato e sottoproletariato che compare nelle cronache solo quando scoppia una rivolta urbana o, appunto, un uragano devasta una regione, per poi ripiombare nell’invisibilità quando la cosa “non fa più notizia”. [20]

Perché, sì, è vero: è la città forse meno “americana”, New Orleans. Al tempo stesso, però, è una delle città che più sintetizzano le contraddizioni, gli scompensi, la natura di classe della società americana. Dice Lew Griffin, protagonista nero dei romanzi noir di James Sallis (forse quanto di meglio sta arrivando da oltre Atlantico):

L’avevamo già battuto a lungo, questo terreno, Don e io. E gli avevo detto che, non ancora ventenne, mi aveva colpito con la forza della rivelazione l’idea che il problema razziale americano non fosse mai stato davvero un problema di razza quanto, fondamentalmente (in questa società che si presume senza classi), un problema di classe. [21]

Si spiega così quel senso di apocalisse imminente, di catastrofe naturale e sociale in parte attesa e in parte già vissuta, di vera e propria décadence (non solo vezzo letterario o, peggio, equivoca attrattiva turistica), che si ritrova ben dentro la cultura di New Orleans e più in genere della Bassa Louisiana e della fascia costiera, e che leggiamo oggi nelle opere di autori diversi come James Lee Burke, James Sallis, Joe Lansdale — autentica “narrativa sociale” ben oltre i confini di genere. Qui, in questo “bordo sfilacciato dell’universo” [22] stretto fra continente e Golfo, fra emisfero settentrionale e Tropico, il senso di vivere su una strana frontiera di spazio e tempo è forte, ed è tanto più angoscioso quanto più lo spazio viene sottratto, il tempo consumato. Perché qui, in questa terra bella che è però anche “fogna nazionale” [23], dove si scaricano petrolio e veleni d’ogni genere (a fare del tratto finale del Grande Fiume, e dei piccoli fiumi intorno, un’unica “Toxic Alley”), qui il territorio cui ci si aggrappa per conservare una propria sia pur vaga e mobile identità nello slabbramento generale è davvero minacciato da ogni parte: dal mare, dal cielo, dalla terra, e soprattutto da un business che ha esteso al globo i confini di quell’universo e al contempo ne ha corroso le frontiere interne, che ha spostato in avanti di anni-luce le frontiere tecnologiche e al contempo ha reso più fragile e vulnerabile il quotidiano vivere collettivo.

Forse ha ragione George Rodrigue a dipingere ossessivamente il suo ormai celebre “cane blu”, dotandolo di quell’espressione perplessa e sconsolata. O Anne Rice a fare di New Orleans la città del suo vampiro Lestat. Forse, soprattutto, aveva ragione Mark Twain a dedicare, in Life on the Mississippi, alcune pagine sferzanti ai celebri cimiteri sopraelevati, alla “città dei morti”: “non c’è architettura a New Orleans, tranne che nei suoi cimiteri”. [24]

torna su

IV

When it rained five days an’ de skies turned dark as night,
When it rained five days an’ de skies turned dark as night,
There was trouble taking place in the lowlands at night
[...]
It thundered and it lightened an’ the winds began to blow,
It thundered and it lightened an’ the winds began to blow,
There was a thousan’ women didn’t have no place to go
Bessie Smith [25]

Ricordo dunque quell’ultima sera a New Orleans, e ricordo i vagabondaggi dei giorni precedenti (e dell’anno precedente, alla fine del primo viaggio lungo il Mississippi, guidando giù dalle sorgenti), fuori dal perimetro ristretto, così fascinoso ma anche così ingannevole, del French Quarter: sul vecchio, sobbalzante e ondeggiante tram di St. Charles Avenue, verso Carrolton e il “Maple Leaf”, locale di musica cajun, costeggiando il Garden District dalle solenne magioni; a piedi su per Canal e oltre, attraverso zone forse non troppo raccomandabili ma anche più vere (i caseggiati cadenti o semiabbandonati, i lotti vuoti invasi dalle erbacce), o lungo strade dai nomi irresistibili, Tchoupitoulas, Prytania, Melpomene, Terpsichore, Euterpe; in automobile, nel labirinto di snodi e tangenziali in entrata e in uscita, gli scenari urbani che mutano d’improvviso e con violenza come succede nelle città americane: dall’asettico suburb tronfio e soddisfatto al quartiere nero intriso di rabbia e di tragedia... Sempre con il desiderio di tornarci e di andare ancora oltre, oltre il fiume verso Gretna e verso Algiers, oppure verso Metairie o verso il Lago Pontchartrain (reminiscenze di Faulkner e di altri noir che narrano l’underbelly della metropoli), verso quartieri di una New Orleans differente, meno nota e meno colorita, forse più saccheggiata dalle forze della natura scatenata e del capitale-vampiro, la New Orleans povera e nera e proletaria e sottoproletaria, di cui a poco a poco ci si sta già dimenticando... Per scoprire di più di quella città, delle sue storie e delle sue voci, delle tensioni e contraddizioni che si colgono nelle strade e di ciò che dicono dell’America tutta, microcosmo e macrocosmo.

Ricordo dunque New Orleans, e la vedo sommersa e semidistrutta, la sua gente più misera e disperata ancor più misera e disperata, impegnata a sopravvivere a stento, sorvegliata a vista da autentiche truppe d’occupazione, dispersa in giro ai quattro venti dell’indifferenza e dell’invisibilità, fra il carosello infame dei media e dei politici con la loro retorica lacrimosa e sensazionalistica (i veri “sciacalli” della tragedia) e lo Juggernaut della ricostruzione pronto ad avventarsi sulla città con il “flusso incessante di onnipotenti dollari e centesimi” e i suoi anticipabili progetti alla Disneyland: un altro spietato epitaffio del “sogno americano”, un altro cimitero da aggiungere a quelli celebri della “città dei morti”.

E penso a “Fleba il fenicio, morto da quindici giorni”: a come avesse dimenticato “lo stridio dei gabbiani e il gonfiarsi del mare profondo/ e il profitto e la perdita (the profit and loss)” [26]. Forse, spetta a noi non dimenticare né i gabbiani e il mare profondo né, tanto meno, il profitto e la perdita. E ciò che ne deriva.

torna su

[1] Randy Newman, Louisiana 1927 (1974), in Randy Newman Anthology, Warner Bros. Publications, New York 1998, p. 106. [indietro]

[2] John McPhee, The Control of Nature, Farrar, Straus and Giroux, New York 1989, p. 52. [indietro]

[3] James Lee Burke, Heaven’s Prisoners, Pocket Books, New York 1988, p.65. [indietro]

[4] Alex Broussard, L’Année de Cinquante-sept, in Raymond E. François, a cura di, Yé Faille, Chère! Traditional Cajun Dance Music, Swallow Publications, Inc., Ville Platte, Lo. 2000, pp. 28-329. [indietro]

[5] Questa parte iniziale del Paragrafo II è tratta con minime variazioni dal mio Mississippi. Il Grande Fiume: Un viaggio alle fonti dell’America, Rizzoli, Milano 2004, pp.478-479. È sempre spiacevole citare se stessi: ma poiché il libro è praticamente introvabile ritengo che il danno sia contenuto. [indietro]

[6] McPhee, The Control, cit., p.58. [indietro]

[7] Mark Fischetti, Drowning New Orleans, “Scientific American”, 1 ottobre 2001. Dall’articolo di Fischetti, alcuni dati relativi alla città e ai suoi dintorni: vi si ricava un terzo del pesce e dei frutti di mare dell’intero paese, un quinto del suo petrolio, un quarto del suo gas naturale; l’area rappresenta poi il 40% delle marcite costiere degli Stati Uniti ed è zona di svernamento per il 70% dei suoi uccelli acquatici migratori. [indietro]

[8] Molto si è scritto in queste settimane a proposito dell’irrazionalità/irragionevolezza della decisione di costruire New Orleans in quel punto, nel lontano 1718. Ma già allora era apparso evidente a Jean Baptiste Sieur de Bienville che non si poteva far altro che costruire una città in quel punto, se si voleva sfruttare l’enorme, vitale bacino idrografico del Mississippi, che avrebbe aperto l’intero continente alle forze della colonizzazione, del commercio, dell’industria. D’altra parte, il French Quarter — che corrisponde alla “città vecchia” e che è stato quasi risparmiato da Katrina — fu costruito su un rilievo situato 14 piedi sopra il livello del mare: è il resto della città costruita successivamente a digradare, fino a “sedimentarsi” 6 piedi sotto il livello del mare. Nel suo interessante A River and Its City. The Nature of Landscape in New Orleans, University of California Press, Berkeley 2003, Ari Kelman riporta le parole emblematiche di Henry Murray, visitatore inglese di metà Ottocento: N“ew Orleans è la stupefacente dimostrazione di che cosa sono disposti a sopportare gli uomini, quando sono incitati dalla speranza di un flusso incessante di onnipotenti dollari e centesimi” (p. 7). Si veda anche Craig E. Colten, a cura di, Transforming New Orleans and Its Environs: Centuries of Change, University of Pittsburgh Press, Pittsburgh 2001. [indietro]

[9] Si veda Pumps and Drainage Canals, Not the French Quarter and Jazz, Are Keeping Soggy New Orleans Alive, “New York Times”, 16 luglio 1978, dove si mostra quanto sia vecchia questa storia. [indietro]

[10] Citato in Fischetti, Drowning, cit. [indietro]

[11] James Sallis, Bluebottle, Walker & Company, New York 1999, p.26. [indietro]

[12] Non voglio entrare nel merito delle polemiche sull’ “impotenza” e “incompetenza” nella tutela e nel soccorso, le cui responsabilità vengono troppo facilmente scaricate sulle autorità locali e nazionali, o sulla destinazione di fondi alla guerra in Iraq. Le responsabilità ci sono, è vero: ma non basta. Il fatto è che le spese necessarie per un’effettiva tutela dagli agenti atmosferici sono spese improduttive per il capitale, soprattutto in epoca di crisi: esso corre sempre là dove si può creare più profitto nel più breve tempo possibile. Se poi catastrofi si verificano, c’è sempre il grande business della ricostruzione: come avverrà per l’appunto a New Orleans e dintorni nei prossimi mesi e anni. Cinismo? Pure leggi economiche. Lo dimostra, anche solo per restare in tema, il lunghissimo elenco di disastri prodotti dalle inondazioni del Mississippi sull’arco degli ultimi centocinquant’anni, fra cui le devastanti piene del 1927 e del 1937 (al riguardo si veda il mio Mississippi). [indietro]

[13] Tom Dent, secret messages, in Judy Long, a cura di, Literary New Orleans, Hill Street Press, Athens, Georgia, 1999, pp. 201-202. [indietro]

[14] Andrei Codrescu, The Muse Is Always Half-Dressed in New Orleans, in Long, a cura di, Literary New Orleans, p.264. [indietro]

[15] Tom Waits, I Wish I Was in New Orleans, in Tom Waits, Small Change, Asylum Records, 1976. [indietro]

[16] William Faulkner, New Orleans (1925), in William Faulkner, New Orleans Sketches, a cura di Carvel Collins, University Press of Mississippi, Jackson 2002 (1958), p.14. [indietro]

[17] I dati sono tratti da Bethany Ewald Bultman, New Orleans, Compass American Guides, Oakland, Ca. 1996; e da Internazionale, 9-15 settembre 2005. [indietro]

[18] Citato in Elijah Wald and John Junkerman, River of Song. A Musical Journey Down the Mississippi, Smithsonian Institution, Washington, DC 1999, pp.340, 333. [indietro]

[19] Si veda Christopher Hallowell, People of the Bayou. Cajun Life in Lost America, E. P. Dutton, New York 1979; e soprattutto Mike Tidwell, Bayou Farewell. The Rich Life and Tragic Death of Louisiana’s Cajun Coast, Pantheon Books, New York 2003, che si chiude con la seguente domanda premonitrice: “Che ne sarà di questa costa quando un uragano di Categoria 4 toccherà davvero terra con quasi nulla a contrastarne il fronte, che si aggirerà probabilmente intorno ai diciotto piedi d’altezza? L’acqua scavalcherà come una furia tutti gli argini incontrati sul suo cammino e avanzerà, avanzerà, avanzerà, fin dentro le periferie di Baton Rouge, come un liquido bulldozer, azzerando tutto quel che incontrerà, e centinaia di migliaia di persone correranno il rischio di morire annegate” (p. 338). [indietro]

[20] Non si saprà mai il numero esatto dei morti causati dall’uragano Katrina e nemmeno degli sfollati che non torneranno più a New Orleans e dintorni, andando a ingrossare le altre comunità di “invisibili” in giro per gli Stati Uniti. Come scriveva Ralph Ellison nel 1952 in Invisibile Man: “Sono un uomo invisibile. No, non uno di quegli spettri che ossessionavano Edgar Allan Poe, e nemmeno uno dei vostri ectoplasmi hollywoodiani. Sono un uomo di sostanza, in carne e ossa, fibre e liquidi — e si può anche dire che possieda una mente. Sono invisibile, capite bene, solo perché la gente rifiuta di vedermi” (Penguin Books, Harmondsworth 1968, p.7; mia la traduzione). A questo genere d’invisibilità, appartengono tante “categorie” diverse: dalla classe operaia statunitense in genere con la sua storia rimossa ai senzatetto newyorkesi espulsi dai parchi e finiti ad “abitare” i tunnel e le stazioni in disuso della metropolitana. [indietro]

[21] James Sallis, Eye of the Cricket, Walker & Company, New York 1997, p.116. [indietro]

[22] Così chiamava il Midwest F. Scott Fitzgerald in The Great Gatsby (1925). Ma l’espressione è applicabile a tante regioni degli odierni Stati Uniti. [indietro]

[23] A. Bourque, “Egout nationale”, in AA.VV., Acadie Tropicale. Poésie de la Louisiane, Center for Louisiana Studies, University of Southwestern Louisiana, Lafayette, Lo. 1983, p.9. [indietro]

[24] Mark Twain, Life on the Mississippi, Penguin Books, Harmondsworth 1984 (1883), p.302. [indietro]

[25] Bessie Smith, Backwater Blues, The Complete Recordings, Vol. 3, Columbia/Legacy C2K-47474. Vale la pena di ricordare che il pezzo venne registrato da Bessie Smith nel 1927, appena prima della tremenda piena del Mississippi del 1927: la memoria storica delle altre catastrofi precedenti era allora ben viva. [indietro]

[26] La citazione è dalla sezione “Death By Water” di The Waste Land di T.S. Eliot (1922). [indietro]