Torna alla Home Page

Costellazioni

Gabriella Rovagnati

Ripulsa e possessione: la Parigi di Rainer Maria Rilke

Parigi fu per Rainer Maria Rilke una promessa e una condanna, punto di svolta per la sua vita e la sua arte, e insieme spazio inaffidabile, città dell'ansia, del disagio e della perdita. Fu quindi l'ambivalenza a caratterizzare il rapporto di questo malinconico, raffinatissimo e schivo poeta con la capitale francese.

"Parigi [...] è una città difficile, difficile e spaventevole. E le belle cose che vi sono, con la loro radiosa eternità, non compensano del tutto quanto si deve patire per l'orrore e la confusione delle strade e l'innaturalezza dei parchi, della gente e delle cose", scriveva Rilke il giorno di S. Silvestro del 1902 all'amico pittore Otto Modersohn, e aggiungeva: "Parigi ha per il mio timoroso modo di sentire un che di indicibilmente spaventevole. Si è completamente persa, come un astro uscito dalla propria traiettoria essa corre all'impazzata verso qualche tremendo cozzo siderale. Così devono essere state le città, di cui la Bibbia racconta che l'ira di Dio cresceva dietro di esse per travolgerle e sconvolgerle" [1].

Se queste erano le impressioni del poeta praghese all'inizio del suo primo soggiorno parigino, quasi due decenni più tardi, e precisamente nel 1921, dopo la crisi che lo aveva indotto a interrompere la stesura delle Duineser Elegien [Elegie Duinesi], in apertura del suo Testamento, Rilke definiva per contro la capitale sulla Senna "città incomparabile, cui egli doveva gran parte delle sue possibilità" [2].

Sempre contraddittorie furono le esternazioni del poeta su Parigi. Nel luglio del 1903, esprimendo la propria angoscia nei confronti della metropoli francese, egli confidava in una lettera a Lou Andreas Salomé: "Desidero dirti, cara Lou, che Parigi è stata per me un'esperienza analoga all'accademia militare; come allora mi aveva colto un grande, spaventevole stupore, così ora mi colse di nuovo l'orrore per tutto quanto, come in un'indicibile confusione, si chiama vita" [3]; ma già nel 1908 dichiarava all'amica veneziana Mimì Romanelli che Parigi era stata per lui "il punto di partenza di tutti i [suoi] progressi." [4]

Due anni più tardi, nel 1910, in un'altra lettera alla stessa amica italiana, Rilke spiegava con chiarezza quale fosse la sua sfida personale nei confronti dell'infida città che lo ospitava: "Considerate dunque che in questa Parigi dove non si pensa che al denaro giorno e notte e dove si perde la propria vita in mille modi minacciosi e terribili, c'è qualcuno che si risveglia al mattino così, con tutta l'anima protesa verso l'alto. E io persisto proprio perché vivo in questa città dove tutto è possibile, questa città giusta come un giudizio universale che lascia fare ad Angeli e Demoni secondo le loro necessità." [5]

Nel 1912, tuttavia, indeciso se tornare nella capitale francese o abbandonarla per sempre, il poeta si chiedeva: "Se Parigi, che tanto di me ha consumato, sia ulteriormente necessaria, anzi sopportabile, lo si vedrà. Lo so, non si deve tenersi appiccicato un cerotto per l'intera vita solo perché esso una volta ci ha fatto bene [...]." [6]

Erano passati dieci anni dal giorno in cui il poeta era giunto a Parigi per la prima volta, pieno di aspettative e di speranze. Era la fine d'agosto del 1902: Rilke aveva 26 anni, si era acquistato una certa fama come lirico con il Buch der Bilder [Libro delle immagini], pubblicato a Berlino nel 1902, e aveva deciso di chiudere per sempre con tutti gli aspetti economici e borghesi dell'esistenza che avevano fino a quel momento contaminato e ostacolato la sua attività d'artista.

Non solo si era lasciato alle spalle la fantasmagorica Praga in cui era nato nel 1875 e dove aveva trascorso un'infanzia infelice, segnata dalla discordia dei genitori - il padre era un modesto militare, la madre una signora benestante e bigotta che aveva vestito fino a sei anni il piccolo René con abiti femminili [7] -, ma lontano era anche il periodo dell'adolescenza, reso tetro dal rigore dell'accademia militare [8]. Rilke era quindi ancora giovane, ma già ricco di esperienze: aveva interrotto a Monaco gli studi universitari, aveva compiuto fra 1899 e il 1900 due viaggi in Russia con Lou Andreas Salomé [9], aveva trascorso più di un anno nella colonia di artisti di Worpswede [10] presso Brema, dove si era sposato con la scultrice Clara Westhoff, da cui, alla fine del 1901, gli era nata Ruth, destinata a rimanere figlia unica. Già a un anno dal matrimonio, tuttavia, Rilke aveva capito di non essere adatto a una regolare esistenza di coppia e di non poter conciliare le proprie aspirazioni artistiche con le limitazioni imposte da una famiglia. Aveva quindi accettato con entusiasmo la proposta dello storico dell'arte Richard Mauther di scrivere per la sua collana di monografie un volume sullo scultore Auguste Rodin (1840-1917). Per questa ragione si trasferì a Parigi, e nella capitale francese, nonostante le continue fughe, mantenne il proprio domicilio fino all'estate del 1914.

L'incontro con Rodin, allora sessantaduenne, fu per Rilke fatale. Dal primo settembre del 1902 il giovane poeta fece visita quasi quotidianamente allo scultore nella sua villa di Meudon, e il maestro diventò per lui il modello, la quintessenza dell'artista.

"Il faut travailler, rien que travailler. Et il faut avoir patience": quest'affermazione di Rodin [11] divenne il credo di Rilke, anche se poi egli non riuscì a vivere sempre secondo questa fede. Nel suo primo periodo parigino, quando non osservava l'adorato scultore lavorare, e non studiava le sue opere, Rilke passava lunghe ore al Louvre, dove ammirava soprattutto Botticelli, Leonardo e l'arte antica, oppure si recava alla Bibliothèque Nationale, dove leggeva Baudelaire, Flaubert, i fratelli Goncourt e studiava le Cronique de Sire Jean Froissart, fonte d'ispirazione dei personaggi storici delle Aufzeichnungen des Malte Laurids Brigge [I quaderni di Malte Laurids Brigge], il romanzo antiromanzo per eccellenza, pubblicato nel 1910. Quest'opera narrativa, dopo i Neue Gedichte [Poesie nuove] del 1907-08, segnò l'apice della produzione artistica rilkiana ispirata a Parigi.

Sull'esempio di Rodin, nella capitale sulla Senna Rilke sviluppò una nuova poetica, abbandonando i toni leziosi e visionari della sua prima maniera a favore di una costante, penetrante, incessante valutazione della realtà esterna. Fu a Parigi che il poeta comprese che era necessario trasformare ogni percezione, ogni atmosfera in cosa. Rilke sviluppò così un'estetica nuova, fondata sull'osservazione capillare e precisa, assai più importante dei sentimenti e della fantasia. Il suo mezzo espressivo però era diverso dal bronzo e dal marmo; il suo medium era la lingua. Proprio vivendo all'estero il poeta prese coscienza di quanto fosse importante affinare il suo talento espressivo attraverso una più consapevole conoscenza della propria lingua madre, il tedesco. Per questa ragione un tesoro inesauribile diventò per Rilke a Parigi il dizionario dei fratelli Grimm, dove il poeta non cercava locuzioni e parole preziose e desuete, ma si sforzava di apprendere la molteplicità stratificata dei significati. Voleva infatti forgiare, riducendole a linguaggio, idee al limite del dicibile, e questo richiedeva precisione sintattica e un vocabolario il più ampio possibile. [12]

Prima di incontrare Rodin, Rilke aveva trovato i propri modelli in altri grandi artisti infaticabili, fra cui Michelangelo - la traduzione rilkiana dei suoi sonetti uscì soltanto postuma - e Tolstoj, che aveva conosciuto di persona in Russia; più tardi egli scoprì anime affini anche in Baudelaire, Cézanne e Van Gogh. Certo è però che Rodin fu per lui una sorta di guida, di "Padre" (Rilke era cresciuto solo con la madre) che lo aiutò a sviluppare una nuova concezione di poesia, facendogli scoprire l'importanza dell'esercizio caparbio e della padronanza artigianale nei processi della creatività.

Quando, nell'ottobre del 1902, Clara, scultrice di talento, lo raggiunse a Parigi, Rilke, che fino ad allora aveva abitato in rue Touillier, si trasferì in rue de l'Abbé d'Epée, mentre sua moglie prese alloggio in un atelier in rue Leclerc 1. La piccola Ruth era rimasta in Germania presso i nonni materni. Decisi entrambi a lavorare intensamente, i due artisti si incontravano praticamente solo di domenica. Le loro condizioni economiche erano precarie; Rilke scriveva recensioni per giornali e svolgeva lavori di lettorato per alcuni editori, ma riusciva a mala pena a sbarcare il lunario. In novembre cominciò a stendere la monografia su Rodin, che uscì a Berlino nel marzo del 1903 ma non gli procurò una tranquillità economica stabile. Fu allora che il poeta, trovando un modello ideale nella figura di S. Francesco, elaborò un concetto di povertà intesa come vicinanza a Dio. A questo tema e a quello della morte dedicò la terza parte dello Stundenbuch [Libro d'ore], dal titolo "Von der Armut und vom Tode" [13] ["Della povertà e della morte"], scritto in una sola settimana a Viareggio. In Versilia Rilke si era rifugiato dalla bagarre della metropoli francese, che per lui non era la città dell'opera, dei teatri, dei cabaret e dei concerti, ma quella dei pezzenti, dei disgraziati, degli outsider da un lato, e dei borghesi volgari dall'altro, tesi solo a quel successo pecuniario che ostacola la riflessione sulle cose davvero essenziali dell'esistenza. La Parigi nemica e tentacolare torna nei versi dell'ultima sezione del Libro d'ore, piena di immagini di dissoluzione e di sfacelo:

Infatti, Signore, le grandi città
Sono perdute e dissolute;
come fuga da fiamme è la piò grande, -
non c'è consolazion che la consoli,
ed il suo breve tempo fugge e scorre.

Lì vive la gente, male e a fatica,
in ime stanze, timorosa nei gesti,
più pavida di un gregge di primogeniti;
e fuori veglia e respira la tua terra,
ma essi esiston e ormai più non lo sanno [14].

Da Parigi Rilke non voleva andarsene in maniera definitiva, ma insieme vi ci si sentiva estraneo e oppresso, schiacciato dalla folla e dal traffico, sconcertato dall'indifferenza di un'umanità quasi inebetita, disposta ad accettare intorno a sé le peggiori turpitudini. Fra il 1903 e il 1905, il poeta fuggì in continuazione dalla metropoli, salvo tornarvi fiducioso di trovare una maggiore stabilità quando, nel settembre del 1905, Rodin gli offrì un posto come segretario. Anche in questo caso, tuttavia, le sue aspettative furono deluse. Il lavoro impiegatizio e la convivenza con lo scultore a Meudon-Val-Fleury si rivelarono ben presto più faticose e penose del previsto. Anche se viaggiava spesso con Rodin e in casa sua ebbe modo di conoscere diversi intellettuali (dal diplomatico Harry Kessler al poeta fiammingo di lingua francese Emile Verhaeren al drammaturgo inglese George Bernard Shaw), Rilke si sentiva sempre in tensione in quella posizione subalterna e non trovava la tranquillità sufficiente per riuscire a scrivere. Anche Rodin non era soddisfatto di lui, e nel maggio del 1906 lo licenziò. Rilke si trasferì di nuovo in città, in rue Cassette 29: Parigi sembrava non volergli concedere tregua, pareva volerlo condannare, sotto le sua sfera di gravitazione, a un'esistenza errabonda; ogni volta egli si adeguava, benché non amasse affatto questi continui cambi d'alloggio, perché, come scrisse all'amico Hugo von Hofmannsthal dopo questo ennesimo trasloco, "ogni cosa nuova è un aldilà, e quindi nel passaggio c'è sempre un decimillesimo di morte, sufficiente per perdersi per un attimo fra ciò che è stato e ciò che non è ancora". [15]

Nel 1908 Rodin e Rilke si riconciliarono e diventarono vicini di casa, andando entrambi ad abitare allo Hotel Biron, al numero civico 77 di rue de Varenne. In segno della ritrovata amicizia, Rilke dedicò allo scultore la seconda sezione dei Neue Gedichte. [16]

Benché questa raccolta di versi, intrisa di amore per il mondo classico e circonfusa di profondo sentimento religioso, contenga diverse composizioni scritte sotto l'influsso immediato di impressioni suggeritegli da Parigi, l'elaborazione estetica più alta delle immagini e delle sensazioni ispirate a Rilke nel primo decennio del secolo da quella ville lumière che per lui era spazio della tenebra e fonte di melanconia, restano le annotazioni di Malte Laurids Brigge, personaggio che, pur presentato nel testo in prosa come un giovanotto danese di ventotto anni, prende spunto con chiarezza dalla vita del poeta stesso.

In quest'opera, composta fra il 1908 e il 1910, che disgrega e trascende ogni regola narrativa tradizionale, Rilke, oltre a rielaborare una serie di esperienze autobiografiche (la fanciullezza a Praga, il viaggio in Russia con Lou Andreas Salomé, il soggiorno in Scandinavia del 1904), descrive il proprio incontro-scontro con la tentacolare Parigi, simbolo di ogni bruttezza e brutalità, crogiolo di malattia e di morte, di lordura e di decomposizione.

"Ecco, dunque la gente verrebbe qui per vivere, io direi piuttosto che qui si muoia": con questa frase si apre il diario di Malte che subito, in uno stile frammentario ma fortemente allusivo, riduce la realtà circostante a squallido palcoscenico dell'iterarsi assurdo e doloroso del ciclo vitale: "Io sono stato fuori, ho visto: ospedali. Ho visto una persona vacillare e stramazzare al suolo. La gente le si radunò intorno risparmiandomi il resto. Ho visto una donna gravida. Si spingeva pesante lungo un alto muro caldo che di tanto in tanto tastava, quasi per sincerarsi se ci fosse ancora. Sì, c'era ancora. Dietro? Cercai sulla piantina: Maison d'Accouchement. Bene. La faranno partorire - lo san fare. [...] La strada iniziò a puzzare da ogni lato. C'era puzza, per quanto si riuscisse a discernere, di jodoformio, di grasso di patate fritte, di paura." [17]

Parigi appare qui come un inferno, descritto con esattezza topografica, ma insieme analizzato soltanto attraverso il filtro di percezioni ottiche e olfattive, evocato da un complesso gioco di corrispondenze, collegate per associazione e sganciate dalla logica della causalità e della successione temporale.

Ai tentacoli di Parigi Rilke provò in continuazione a sottrarsi anche nel secondo decennio del secolo, pure caratterizzato da continui spostamenti e peregrinazioni; importantissimo, fra il 1910 e il 1912 fu il soggiorno del poeta a Duino, presso Trieste, ospite della principessa von Thurn und Taxis. Poi però Rilke tornò a Parigi, certo sperando in un periodo di maggiore sedentarietà, perché, come confidò a Stefan Zweig nel 1913, era "stufo di viaggiare" e voleva ora rimanere in quella città che gli offriva "quella forma superiore di solitudine che non opprime, poiché [...] consente a ognuno una partecipazione diretta." [18] Benché in tono meno positivo, anche all'amica Magda von Hettingberg Rilke dichiarava nel 1914 che, nonostante gli venissero offerte alternative assai più allettanti, ossia la possibilità di risiedere in castelli con parchi e servitù, lui resisteva a Parigi, dove anche il suo rapporto con Rodin era arrivato alla rottura definitiva. "Vedi", le scriveva, "ogni volta che colsi una di queste grandi occasioni, ne uscì qualcosa di bello, certo, né la cosa rimase priva di ricchi vantaggi personali, eppure quando poi me ne andavo, credevo di averla sprecata, più o meno come un cane spreca il meraviglioso grigio o rosa del suo cuscino: con quello gli manca il collegamento interno per quanto profondamente gli ci ficchi dentro il muso." [19]

Rilke cioè fuggiva, ma poi tornava sempre, come attratto da un'energia incoercibile, in quella città che pur lo aveva sconvolto fin dal primo impatto, dove aveva sempre vissuto in condizioni modeste e che continuava a restare per lui "inutilizzabile e irritante" [20], ma insieme corrispondeva in qualche misura alle sue esigenze più profonde d'artista.

Lo scoppio della prima guerra mondiale però sorprese Rilke casualmente a Monaco, dove allora vivevano sua moglie e sua figlia. Poiché il poeta non aveva pagato l'affitto del suo alloggio parigino, in rue Campagne Première 17, i suoi effetti personali, compresi manoscritti, lettere e documenti vari, vennero immediatamente sequestrati e venduti all'asta. Informato della brutta faccenda da Rilke stesso, che nel periodo di Natale del 1915 si trovava a Vienna per questioni di servizio militare, Stefan Zweig, che poi avrebbe lavorato al suo fianco nell'Archivio di Guerra della capitale danubiana, scrisse costernato a Romain Rolland, cercando la sua comprensione e il suo aiuto in quell'incresciosa vicenda:

"Un intero tratto della sua vita è stato così brutalmente demolito, anni di produzione distrutti, e il danno provocato in una persona da una simile esperienza non si può certo misurare in base a questo o a quel singolo libro. [...] Cose simili possono provocare amarezza tra le nazioni più di una battaglia e di un'esplosione d'odio [...]". [21]

André Gide, di cui Rilke era traduttore oltre che amico, a sua volta mobilitato da Rolland, riuscì a recuperare ancora alcune carte del poeta salvate dalla vendita.

Rilke fu però in grado di tornarne in possesso soltanto all'inizio del 1925, durante la sua ultima visita a Parigi. Da tempo si era stabilito in Svizzera; la vita ritirata che allora conduceva nel tranquillo castello di Muzot, nel Vallese, lo aveva trasformato in "un incorreggibile villico", come scrisse il 16 gennaio all'amica Yvonne von Wattenwyl, dichiarandosi ormai incapace di tollerare la frenesia della metropoli, alla quale pure continuava a legarlo un amore profondo: "La velocità delle innumerevoli automobili che passano costantemente come dei bolidi mi esaspera. È nel mio quartiere relativamente tranquillo che respiro. Il Luxenbourg è bello con questo clima mite, si direbbe che null'altro che un po' di sonno ancora ci separi dalla primavera alla quale talvolta un uccello ottimista già risponde attraverso il cielo tiepido e nebbioso." [22]

Il nuovo incontro con la metropoli non gli procurò quel sollievo, fisico e spirituale, che, come i medici avevano sperato, avrebbe dovuto comportare per lui un totale cambio d'ambiente. [23] La più grande gioia che gli venne dal suo ultimo soggiorno parigino fu il fascicolo Reconnaissance à Rilke, dedicatogli dagli amici francesi e introdotto da uno scritto di Paul Valéry, di cui il poeta tedesco era stato ammiratore e traduttore.

Nell'agosto del 1925 Rilke lasciò bruscamente e definitivamente la capitale francese per tornare in Svizzera, dove morì il 29 dicembre del 1926, distrutto dalla leucemia. Pochi mesi prima, nel giugno del 1926, erano uscite a Parigi con il titolo Vergers [Orti], insieme alle Quatrains Valaisans [Quartine vallesi] [24], le sillogi di poesia composte da Rilke direttamente in francese, versi che nel mondo di lingua tedesca suscitarono scontentezza come qualcosa di poco patriottico, ma che in effetti sono l'ultima testimonianza d'amore del poeta nei confronti di una lingua di cui pian piano si era appropriato fino a farne, pur da straniero, mezzo di espressione artistica.

Osando una lettura in chiave simbolica, si potrebbe persino avanzare l'ipotesi che nella donna evocata nell'ultima poesia del ciclo Les fenêtres [25], uscito postumo nel 1927, si adombri anche, quasi in un estremo commiato, quella città, Parigi, che aveva inseguito coi suoi fantasmi come un'ossessione Rilke fino alla fine della vita:

C'est pour t'avoir vue
penchée à la fenêtre ultime,
que j'ai compris, que j'ai bu
tout mon abîme.

En me montrant tes bras
tendus ver la nuit,
tu as fait que, depuis,
ce qui en moi te quitta,
me quitte, me fuit ...

Ton geste, fut-il la preuve
d'un adieu si grand,
qu'il me changea en vent,
qu'il me versa dans le fleuve? [26]

torna su

[1] R. M. Rilke, Worpswede. Otto Modersohn, mit einem Anhang des Briefwechsels Rainer Maria Rilke und Otto Modersohn 1900-1903 und einem Nachwort von Helmut Naumann, Fischerhude, 1989, 92: "Paris [...] ist eine schwere, schwere, bange Stadt. Und die schönen Dinge, die da sind, machen mit ihrer strahlenden Ewigkeit doch nicht ganz gut, was man durch die Grausamkeit und Wirrheit der Gassen und die Unnatur der Gärten, Menschen und Dinge leiden muß. Paris hat für mein geängstigtes Gefühl etwas unsäglich Banges. Es hat sich ganz verloren, es rast wie ein bahnverwirrter Stern auf irgend einen schrecklichen Zusammenstoß zu. So müssen die Städte gewesen sein, von denen die Bibel erzählt, daß der Zorn Gottes hinter ihnen emporstieg, um sie zu überschütten und zu erschüttern." [indietro]

[2] R. M. Rilke, Il Testamento, introduzione e note di Elisabetta Potthoff, testo a fronte, trad. it. di Claudio Groff, Milano, 1983, 38: "[...] jene unvergeßliche Stadt [...], der er den größten Theil seiner Möglichkeiten verdankte." [indietro]

[3] R. M. Rilke; L. Andreas-Salomé, Briefwechsel, hrsg. von Ernst Pfeiffer, Frankfurt a.M., 1975, 65: "Ich möchte Dir sagen, liebe Lou, daß Paris eine ähnliche Erfahrung für mich war wie die Militärschule; wie damals ein großes banges Erstaunen mich ergriff, so griff mich jetzt wieder das Entsetzen an vor alledem was, wie in einer unsäglichen Verwirrung, Leben heißt." [indietro]

[4] R. M. Rilke, Lettere a un'amica veneziana, trad. it. dal francese di Rosellina Archinto e Elena Broseghini, Milano, 1996 (2° ed.), 30. [indietro]

[5] Ibid., 58. [indietro]

[6] R. M. Rilke; L. Andreas-Salomé, Briefwechsel, cit., 275: "Und ob Paris, das so an mir gezehrt hat, noch weiter nöthig ist, überhaupt zuträglich ist, wird sich zeigen müssen. Ich weiß, man muß nicht ein Pflaster, weil es einmal gut gethan hat, das ganze Leben aufgelegt lassen [...]." [indietro]

[7] Sulla biografia di Rilke si veda Donald A. Prater, A Ringing Glass, Oxford, 1986; Hans Egon Holthusen, Rainer Maria Rilke, Hamburg, 1988. [indietro]

[8] Dopo la separazione dei genitori, Rilke entra nel 1886, poco più che decenne, nell'Accademia Militare di St. Pölten per prepararsi a diventare imperialregio ufficiale. Qui rimane fino al 1890, poi passa alla scuola militare di Mährisch-Weisskirchen, da dove viene dimesso per motivi di salute. [indietro]

[9] Cfr. L. Andreas-Salomé, Russland mit Rainer. Tagebuch der Reise mit Rainer Maria Rilke im Jahre 1900, hrsg. von Stéphan Michaud in Verbindung mit Dorothee Pfeiffer, Vorwort von Brigitte Kronauer, Marbach, 1999. [indietro]

[10] R. M. Rilke, Worpswede, Fritz Mackensen, Otto Modersohn, Fritz Overbeck, Hans am Ende, Heinrich Vogeler, mit 122 Abbildungen, Bielefeld und Leipzig, 1903. [indietro]

[11] Cfr. Rainer Maria Rilke, Ausstellung und Katalog, Joachim W. Storck in Zusammenarbeit mit Eva Dambacher und Ingrid Kußmaul, Marbacher Katalog Nr. 26, Stuttgart, 1975, 99ss. [indietro]

[12] Cfr. lettera da Roma a Lou Andreas-Salomé del 12.5.1904, in: R. M. Rilke; L. Andreas-Salomé, Briefwechsel, cit., 161. [indietro]

[13] R. M. Rilke, Werke in 3 Bänden, Einleitung von Beda Allemann, Frankfurt a.M., 1966 (abbr.: Werke), Bd. I, 97-122. [indietro]

[14] Ibid., 101: "Denn, Herr, die großen Städte sind / verlorene und aufgelöste; / wie Flucht vor Flammen ist die größte, - / und ist kein Trost, daß er sie tröste, / und ihre kleine Zeit verrinnt. // Da leben Menschen, leben schlecht und schwer, / in tiefen Zimmern. Bange von Gebärde, / geängsteter denn eine Erstlingsherde; / und draußen wacht und atmet deine Erde, / sie aber sind und wissen es nicht mehr." [indietro]

[15] H. von Hofmannsthal; R. M. Rilke, Briefwechsel 1899-1925, hrsg. von Rudolf Hirsch und Ingeborg Schnack, Frankfurt a.M., 1978, 53: "[...] jedes Neue ist ein Jenseits, und so ist im Übergang immer ein Zehntausendstes Tod, genug, um zwischen Gewesenem und dem, was noch nicht da ist, sich eine Weile zu verlieren." [indietro]

[16] R. M. Rilke, Neue Gedichte, "Der neuen Gedichte anderer Teil", in: Werke, Bd. I, 235-310, 311-398. [indietro]

[17] R. M. Rilke, Die Aufzeichnungen des Malte Laurids Brigge, in: Werke, Bd. III, 108-346. 108: "So, also hierher kommen die Leute, um zu leben, ich würde eher meinen, es stürbe sich hier. Ich bin ausgewesen. Ich habe gesehen: Hospitäler. Ich habe einen Menschen gesehen, welcher schwankte und umsank. Die Leute versammelten sich um ihn, das ersparte mir den Rest. Ich habe eine schwangere Frau gesehen. Sie schob sich schwer an einer hohen, warmen Mauer entlang, nach der sie manchmal tastete, wie um sich zu überzeugen, ob sie noch da sei. Ja, sie war noch da. Dahinter? Ich suchte auf meinem Plan: Maison d'Accouchement. Gut. Man wird sie entbinden - das kann man. [...] Die Gasse begann von allen Seiten zu riechen. Es roch, soviel sich unterscheiden ließ, nach Jodoform, nach dem Fett von pommes frites, nach Angst." [indietro]

[18] S. Zweig, Tagebücher, Frankfurt a. M., 1988, 53: "[...] Paris bietet ihm jene höchste Form der Einsamkeit, die nicht bedrückt, weil [...] es jedem unmittelbare Anteilnahme gestattet." (18.3.1913) [indietro]

[19] R. M. Rilke, Briefwechsel mit Magda von Hattingberg. "Benvenuta", hrsg. von Ingeborg Schnack und Renate Scharffenberg, Frankfurt a.M., 2000, 59: "Siehst Du, jedesmal wenn ich eine dieser großen Möglichkeiten ergriff, wurde es etwas Schönes, sicher, es blieb auch nicht ohne eigenen reichen Ertrag, und doch wenn ich dann fortging, meinte ichs irgendwie vergeudet zu haben, ungefähr wie ein Hund das wunderbare Grau oder Rosa seines Kissens vergeudet: es fehlt ihm der innere Anschluß dazu hin und wenn er die Schnauze noch so gründlich hineindrückt." [indietro]

[20] Ibid., "unbrauchbar und verdrießlich". [indietro]

[21] S. Zweig, Briefe 1914-1919, hrsg. von Knut Beck, Jeffrey Berlin und Natascha Weschenbach-Feggeler, Frankfurt a.M., 1998, 99: "Ein ganzes Stück seines Lebens ist damit brutal abgebrochen, Jahre seiner Production zerstört und der Schade, der einem Menschen durch solches Erlebnis getan wird, ist an einzelnen Büchern nicht zu ermessen. [...] Solche Dinge können mehr als Schlachten und Gehässigkeiten Bitterniß zwischen den Nationen erwecken [...]." (lettera a Rolland, 30.12.1915). [indietro]

[22] R. M. Rilke, Lettere a Yvonne 1919-1925, trad. it. dal francese di Maria Luisa Cantarelli e Anna Morpurgo, introduzione di Jean-Yves Masson, Milano, 1996, 71. [indietro]

[23] Cfr. lettera da Muzuot a Lou-Andreas Salomé del 31.10.1925, in Rainer Maria Rilke; Lou Andreas-Salomé, Briefwechsel, cit., 475ss. [indietro]

[24] R. M. Rilke, Werke, Bd. II, 270-307 e 309-326. [indietro]

[25] Ibid., 339-345.[indietro]

[26] Ibid., 345, trad. ital. di G. R.: "È per averti vista / sporta all'ultima finestra / che ho capito, che ho sorbito / tutto il mio abisso. // Mostrandomi le braccia / tese verso la notte / hai fatto sì che poi / ciò che in me ti lasciò / mi lasci, mi sfugga ... // Fu il tuo gesto la prova / d'un addio sì grande / che mi mutò in vento / che mi versò nel fiume? [indietro]

torna su