colgo l'occasione offerta con la
pubblicazione su La Repubblica
(12/11/00) dell'intervento del cardinal C.M. Martini all'incontro
trilaterale
di Milano, per esprimere alcune riflessioni e, spero, rispondere
agl'interrogativi
proposti dal cardinale.
Primo, cito testualmente, <<sarà mai possibile
raggiungere
una vera unità, o una reale unificazione europea anche a livello
politico?>>
Il cardinale esprime perplessità che le molte e diverse
nazioni e culture che compongono il continente chiamato Europa possano
mai riuscire a rinunciare alla parte più ampia del loro potere
politico
per costituire una unità di pace.
Tale scetticismo, in larga misura
ovviamente condivisibile per la natura stessa del processo di
unificazione
condotto dai governi e non dai cittadini, è inoltre il
principale
strumento di opposizione a tale unificazione. In tale contesto,
il ricorso
al divide et impera dei poteri forti s'intreccia al timore dei poteri
locali
davanti al rischio delle diversità globali, poteri che vedono
scemare
il loro controllo del territorio nella riconfigurazione dello stesso,
un
quadro che emerge chiaramente dai discorsi delle destre europee e che
il
cardinale così candidamente alimenta.
Ma il cardinale non resta
sulla superficie del problema e si inoltra sino ad un punto che ritiene
<<di somma importanza, la riscoperta cioè della grande
tradizione
della Bibbia>> libro che afferma essere <<alle radici della
grande
unità spirituale europea>>. Inversamente, in
verità, la
Bibbia è forse uno tra i tanti risultati di una grande
unità
culturale indo-europea, unità che ha radici antiche e certamente
precedenti all'anno mille, basti ricordare al cardinale la
civiltà
greco-romana, fondamento della nostra attuale vita culturale e di una
costituzione
politico-amministrativa d'ineguagliabile ricchezza, con le sue
influenze
arabe ed indiane, dalla matematica all'astronomia alla tradizione
monastica
nata appunto nell'apparentemente lontano oriente. Grazie appunto a tale
civiltà il cardinale può oggi partecipare ad un
incontro
europeo ed esprimere le sue opinioni.
Tale civiltà europea si riconosce appunto per il suo presupposto
carattere laico, di tolleranza cioè, e di tutela delle minoranze
religiose. Tale ideale di civiltà ha dato vita alle più
grandi
democrazie del mondo: è stato principio fondante della
costituzione
degli stati uniti d'America come è stato motivo di liberazione
dal
più grande impero coloniale della storia recente, l'Impero delle
Indie, nel quale la politica imperialista del divide et impera era
stata
applicata meticolosamente, dagli elettorati separati alla divisione
delle
nazioni di fronte alle diversità culturali, religiose e
linguistiche,
troppo numerose e inconciliabili da essere colte come base comune per
la
democrazia, ma che infine, il 15 agosto del 1947, hanno costituito un
moderno
stato laico di diritto che, nonostante le enormi tensioni interne, ha
fatto
suo l'ideale dell'unità nella diversità.
La seconda domanda era: <<andiamo verso un'Europa
multiculturale
o verso un'impossibile integrazione di diversità?>> Vorrei
qui ricordare
al cardinale che le grandi diversità culturali e religiose
dell'Europa
moderna non sono solo attribuibili <<all'ingresso di popolazioni
provenienti da diversi paesi, soprattutto di religione islamica>>
ma, in
larga parte in Italia ad esempio, anche alla disaffezione da parte dei
credenti nei confronti di una chiesa che non è in grado di
addentrarsi
coerentemente nella modernità se non con autoritarie bolle
papali
e grandi amorevoli messaggi mediatici, una chiesa che da una parte
critica
la civiltà dei consumi e dall'altra ne utilizza i modi, le
tecniche
e le bassezze.
Una questione, quella dell'integrazione, che si applica
agli stessi cattolici: come si può poi imputare solamente
agl'islamici?
La posizione strategica del cardinale è quella di imputare ad
altri
le proprie manchevolezze? Vorrei ricordare che i mussulmani, come i
cattolici,
nel mondo hanno innumerevoli posizioni politiche, dal fondamentalismo
al
liberalismo, e che, insieme ad una maggioranza induista, in India
sostengono
la più grande democrazia del mondo. In assenza del pericoloso
ateismo
comunista la chiesa necessita un nuovo capro espiatorio?
La terza, ed ultima domanda, <<riusciremo a realizzare in
futuro
una solidarietà globale o ci muoviamo in direzione di
disuguaglianze
economiche sempre più marcate e crescenti tensioni tra nazioni e
continenti?>>, pone soprattutto la questione etica della
solidarietà
globale; infatti, quale sia la direzione dei mercati non sembra
attualmente
prevedibile da nessun modello economico conosciuto.
D'altra parte la solidarietà
globale potrebbe essere condizionata e/o condizionare tale evoluzione
economica.
Senza dunque ricorrere a profezie o ad arti divinatorie si potrebbe
rispondere
utilizzando la teoria matematica dei giochi, con il dilemma del
prigioniero,
ovvero se cooperare o deferire, per il quale è stato dimostrato
che, a lungo termine, la strategia vincente è cooperare, ma
senza
invocare nessun arbitro ultraterreno.
In conclusione, caro direttore, è ben auspicabile che non sia il mercato né la religione né la razza né la politica bensì la persona giuridica nella sua umana dignità ad essere il centro della questione europea. Diversamente dalla Palestina e da Israele, o da altre parti del mondo che sono afflitte da intramontabili guerre di religione, il principio ispiratore di una vera unione europea, che possa congiungere e coinvolgere gli animi sinceri dei cittadini d'Europa, questo spirito ispiratore necessario a promuovere tale cultura globale della solidarietà compassionevole, si trova in ciascuno di noi, nella nostra identità storica di scienziati ed umanisti. Non ha nome né padrone, si rinnova nella comprensione dei nostri rapporti quotidiani, si alimenta della nostra capacità di stemperare i conflitti mediante un senso civico fondato sulla cooperazione, la tolleranza e la pace, e quindi, in definitiva, si genera dalla consapevolezza.
Cordiali Saluti,
Luca Barbieri Viale
Professore di Geometria
Università degli Studi di Roma La Sapienza
La riscoperta della Bibbia
per l'unità d'Europa
di CARLO MARIA MARTINI
VOGLIO fare accenno a tre importanti questioni che sento nelle mie
funzioni episcopali come sfida e fonte di preoccupazione e che hanno
valore
per la costruzione di un'Europa unita, tre interrogativi cui siamo
chiamati
a
dare una concreta risposta nel prossimo futuro.
Primo: sarà mai possibile raggiungere una vera unità, o
una
reale
unificazione europea anche a livello politico? Ralf Dahrendorf sostiene
che il
destino dell'Europa è la diversità.
Secondo: andiamo verso un'Europa multiculturale o verso un'impossibile
integrazione di diversità?
Terzo. Riusciremo a realizzare in futuro una solidarietà
globale,
o ci
muoviamo in direzione di disuguaglianze economiche sempre più
marcate
e
crescenti tensioni tra nazioni e continenti?
Primo tema: Come possiamo immaginare che le molte diverse nazioni e
culture che compongono il continente chiamato Europa, esperienze e
tradizioni storiche così diverse con un grande senso di
identità,
presente non
solo in tutti i paesi ma in tutte le culture e subculture di questo
continente,
possano mai riuscire non solo a raggiungere una certa collaborazione in
campo economico, come avviene oggi, ma anche a rinunciare ad una parte
più ampia del loro potere politico e costituire un'unità
capace di rivestire agli
occhi del mondo intero il ruolo effettivo di grande agente di pace e
comprensione? Sarà mai possibile scrivere, oltre ad una carta
dei
diritti dei
cittadini europei, una costituzione completa, giuridicamente vincolante
per
tutta la gente d'Europa in una comunità europea allargata?
Sta a noi dare una risposta, naturalmente, ma posso solo dire che una
risposta positiva a questa sfida è inevitabile e di importanza
vitale
per il
futuro dell'Europa e dell'umanità. Negli anni passati siamo
stati
testimoni di
una spinta e di un senso di ottimismo verso un'Europa unita, mentre ora
viviamo una sorta di pessimismo circa lo stesso ideale...
Come ha detto Edgar Morin "pensare all'Europa significa pensare al
mondo
intero". Quali sono le condizioni culturali e spirituali necessarie a
raggiungere questo grande obiettivo?
Molte, ovviamente, ma voglio dire che alcune sono collegate al
progresso
del
movimento ecumenico tra le chiese cristiane d'Europa e allo sviluppo
del
dialogo interreligioso tra le diverse fedi presenti in Europa. Mi
soffermerò
su di un punto che reputo di somma importanza, la riscoperta
cioè
della
grande tradizione della Bibbia. La Bibbia è il libro che sta
alle
radici della
grande unità spirituale europea, che nacque verso la fine del
primo
millennio.
E la Bibbia continua ad essere, al di là delle divisioni
religiose,
il libro
comune di tutti i cristiani del secondo millennio. Sono certo che la
Bibbia
è il
grande libro per il futuro dell'Europa, non solo per le Chiese
cristiane
europee, ma anche perché è in grado di dare fondamento e
nerbo ad un
dialogo interreligioso profondo e sincero. Questa, almeno, è la
mia
esperienza di vescovo impegnato a livello europeo. Dalle pagine della
Bibbia
deriviamo una concezione di Dio e dell'uomo in grado non solo di
unificare
le nostre comunità cristiane, ma anche di dettare le condizioni
di un proficuo
dialogo tra religioni.
Parlando della Bibbia mi riferisco anche alle condizioni che permettono
una
comprensione efficace del suo messaggio, cioé silenzio,
preghiera,
raccoglimento interiore, fede e speranza. Questi atteggiamenti
interiori
sono
spesso trascurati nella nostra cultura, una cultura che dà
spazio
al rumore,
all'intrattenimento superficiale, ad un modo di vivere frenetico...
Il secondo tema che ho citato all'inizio di questo intervento si
riferisce
alla
possibilità da parte dell'Europa di integrare le grandi
diversità
culturali e
religiose, sempre più presenti nel continente con l'ingresso di
popolazioni
provenienti da diversi paesi, soprattutto di religione e cultura
islamica.
Negli ultimi mesi la questione è stata al centro di un acceso
dibattito
in
questo paese. Alcuni sostengono che, globalmente, le concezioni delle
altre
religioni, soprattutto circa il rapporto tra religione e società
civile, siano
incompatibili con la mentalità europea. C'è chi
addirittura
rifiuta il concetto di
multiculturalismo in quanto verrebbe a sconvolgere in modo prepotente
il
già
fragile equilibrio tra i diversi stili di vita europei.
Alcuni invece respingono l'idea di integrazione perché, a quanto
dicono, può
essere intesa come mezzo per imporre la superiorità di una
cultura
sull'altra e
costituirebbe un tentativo di omologare gli stili di vita con scarsa
soddisfazione di tutte le parti.
Vorrei rispondere affermando che ogni cultura è un processo ed
è
soggetta a
continui cambiamenti. Non esiste una cultura statica, a meno che non si
tratti
di una cultura morta, appartenente al passato. Ogni cultura del
presente
è
soggetta a continue variazioni e a continui scambi. Presupposto
necessario
a
questi scambi è il rispetto comune per i valori del paese in cui
viviamo e il
rispetto dei valori umani espressi nelle nostre costituzioni e nella
grande
dichiarazione dei diritti e dei doveri della persona umana.
Non è il confronto tra culture diverse che dobbiamo temere, ma
la
mancanza
di una forte identità da parte nostra e/o la rinuncia ad uno
scambio
effettivo e
solidale di punti di idee e valori. Il confronto, inoltre, dovrà
avvenire non
tanto tra religioni o culture ma tra persone, che si suppone siano in
cerca
di
uno stile di vita autentico e di un vero e sincero dialogo. Il futuro
dei
nostri
paesi dimostrerà se, negli anni a venire, sapremo incoraggiare
tra
religioni e
culture scambi in grado di promuovere l'unità, la comprensione
reciproca
e la
pace nella nostra società o, al contrario, se stimoleremo
ghettizzazioni
e
scontri nelle nostre città.
Il terzo tema ci chiama a riflettere se sia possibile non solo una
globalizzazione degli scambi commerciali e finanziari, ma anche una
globalizzazione della solidarietà che rappresenta per noi un
grande
compito e
una grande sfida. Sono in molti ad essere fermamente convinti che
affidare
la globalizzazione alle sole dinamiche di mercato crea il grave
pericolo
che si
arrivi ad una inaccettabile divisione, all'interno dell'umanità,
tra chi ha e chi
non ha, con terribili conseguenze per il futuro del genere umano. la
globalizzazione in sé è un processo che può
condurre
a quell'unità del genere
umano in pace e progresso analoga all'obiettivo che le chiese cristiane
si
sforzano di perseguire. Le società dell'Unione Europea hanno
già
una forte
tradizione di solidarietà istituzionalizzata.
Tra le condizioni che sono alla base di questo necessario e difficile
obiettivo
vorrei sottolineare la necessità di riconsiderare il ruolo
dell'economia
e i
criteri cui l'economia deve ispirarsi. L'economia ha grande valore come
luogo
di scambi e accettazione reciproca. Allo stesso tempo, se si affida
tutto
alle
cosiddette regole del libero mercato, il mondo economico presenta
limiti
e
pericoli. E' la persona umana, non il mercato, che dobbiamo porre al
centro
della nostra azione. Per questo è necessario riconsiderare il
ruolo
della
politica nello scenario globale. Ad una comunità di mercato
internazionale
dovrebbe corrispondere una società civile internazionale capace
di imporre
norme e regolamenti che provvedano al progresso e alla giustizia
sociale
e
aiutino le nazioni povere ad evitare il rischio di essere sempre
più
escluse
dalla fruizione delle risorse della terra. Un'autorità politica
internazionale e
democratica potrebbe essere d'aiuto a stabilire norme internazionali
contro
l'inquinamento e lo sfruttamento del nostro pianeta. E'
contemporaneamente
necessario promuovere un'ampia cultura della solidarietà, un
reale
interessamento ai problemi dei paesi deboli, per preparare il terreno a
quella
globalizzazione della solidarietà che rappresenta l'unica
prospettiva
che possa
permettere una reale promozione della pace e della giustizia per il
mondo
intero. Come vedete, le mie preoccupazioni sono soprattutto di natura
spirituale ed etica...
(Traduzione dal testo inglese di Emilia Benghi)
L'autore è arcivescovo di Milano. Quello che pubblichiamo
è
il testo
dell'intervento del cardinale alla riunione europea della commissione
Trilaterale in corso a Milano.