Nota 1 Kant si riferisce a: Anonimo [ma Pietro Verri]: Gedanken über die Natur des Vergnügens. Aus dem Italiänischen übersetzt, und mit Anmerkungen begleitet von Christoph Meiners Professor der Weltweisheit in Göttingen. Leipzig in der Weygandschen Handlung 1777. Edizione originale: Pietro Verri, Idee sull'indole del piacere, Livorno 1773: "Non i soli Filosofi che hanno meditato sulle leggi della sensibilità, ma generalmente gli uomini tutti conoscono e sentono quanta influenza abbiano il Piacere, e il bisogno, il desiderio, la speranza di lui nel determinare le azioni umane; e sanno tutti gli amatori delle belle arti che il loro scopo parimente è il Piacere col quale allettano altrui a ben accogliere e l'utile e il vero. I tentativi adunque destinati a conoscerne l'indole, a illuminare questo primordiale oggetto sono meritevoli di qualche attenzione. Se fralle tenebre ove sta riposta la parte preziosa dell'uomo che si cela all'uomo medesimo ci fosse possibile carpire una nozione esatta del Piacere, una precisa definizione che ce ne palesasse la vera essenza, si sarebbe fatto un passo importantissimo, e sarebbesi acquistata una generalissima e utilissima Teoria applicabile alla liberale Eloquenza, alla seduttrice Poesia, alle bell'arti tutte e all'uso comune della vita medesima, perché ci darebbe la norma e ci additerebbe i mezzi onde potere colle attrattive di lui rendere le azioni degli Uomini cospiranti alla nostra felicità. Fra i molti Filosofi che della natura del Piacere hanno scritto dopo l'Epoca della ristorazione delle lettere, si distinguono singolarmente le opinioni di Des Cartes, del Wolf, e del sig. Sulzer. Il primo fa consistere il piacere nella coscienza di qualche nostra perfezione. Il secondo nel Sentimento della perfezione: il terzo nell'Avidità dell'Anima per la produzione delle sue idee. Sia però detto colla venerazione dovuta al merito di questi Autori, queste definizioni mancano e di chiarezza, e di precisione. Il piacere di spegnere la sete, il piacere di riposarsi dopo la stanchezza e una infinita schiera di piaceri singolarmente fisici, né ci fanno sentire una perfezione qualunque, meno poi hanno relazione veruna coll'avidità dell'anima per produrre le sue idee. Da ciò chiaramente si vede non essersi in tal modo definito il Piacere. Ma ne' tempi a noi più vicini sopra di ogni altro ha acquistata fama il sig. di Maupertuis. Ci propose egli una definizione del Piacere. L'organizzazione Geometrica ch'egli dié alla sua Tesi, sommamente preparò gli animi alla persuasione; e sebbene alcuni gli abbiano fatto contrasto, nondimeno prevalse la fama di lui su quella degli oppositori. Egli così definì il Piacere: il Piacere è una sensazione che l'uomo vuol piuttosto avere che non avere. Ma questa non è altrimenti una definizione, se ben vi si rifletta; sarebbe la stessa cosa il dire che il piacere è quel che piace: asserzione egualmente evidente quanto superflua, essendo che da essa non ci viene veruna idea generale di proprietà stabilmente inerente a ogni sensazione del Piacere. Ogni uomo ha un'idea esatta del Piacere [wissen durchs Gefühl das, was Vergnügen ist], ed ogni uomo è giudice competente di quello che eccita in lui la sensazione che gli è aggradevole; ma non così ogni uomo ha la ostinata curiosità di scomporre gli elementi che formano le proprie sensazioni, e rintracciare quale sia la proprietà comune a tante e sì variate sensazioni che sono piacevoli. Questo è quello che penso io di fare; e se per ventura potrò ritrovare questa proprietà, che sempre ha seco il Piacere, e senza di cui non si può questo sentire, dirò d'aver mostrata la definizione di esso, e di averne spolpata l'idea, e ridotta alla nuda precisione [...]. Tutte le nostre sensazioni si dividono in due classi, e le chiamerò sensazioni fisiche e sensazioni morali. Chiamo sensazione fisica quella, l'origine di cui si vede cagionata da una immediata azione sulla nostra macchina. Chiamo sensazione morale ogni altra, in cui questa immediata azione non si conosce. Il dolore che nasce da una lacerazione o irritazione violenta del corpo nostro si chiama un dolor fisico; una forte percossa, un taglio, un abbruciamento cagionano un dolore fisico. Quando per lo contrario si calma la irritazione, nascono i piaceri fisici; così, dopo un disastroso viaggio d'inverno un letto tepido e molle, dopo una sobria e affannosa caccia una mensa delicata, sono piaceri fisici: dolori, e piaceri cagionati da un'immediata azione sulla nostra macchina. L'annunzio della morte di una persona che ci è cara, l'annunzio della rovina della fortuna nostra e de' beni nostri ci tormentano dolorosissimamente. Qual' è la cagione di questo dolore? Noi non ne vediamo l'azione immediata sugli organi nostri, perciò si ripongono nella classe de' dolori morali. Medesimamente la notizia d'una inaspettata eredità, d'una carica luminosa, d'una amicizia acquistata e desiderata da noi, ci risveglia un piacere vivissimo, senza che compaja alcun oggetto applicato agli organi della nostra sensibilità; quindi vengon chiamati piaceri morali [...]. Per conoscere questa verità esamino attentamente me stesso. [...] nel momento in cui mi si annunzia la morte di un mio dolcissimo amico [...] quel che cagiona la desolazione e lo squallore ov'io piombo, si è che in quel momento prevedo quante volte avrò davanti agli occhi l'immagine della perdita fatta; sento in quel momento la trista solitudine che mi si apre davanti, e il paragone che ne farò col bene avuto: nelle mie afflizioni non avrò più un fedele compagno, a cui senza timore manifestarmi, e ricevere consiglio e assistenza [...]. Scelgasi un piacere morale ancora più nobile e puro [...] il piacere [...] del Matematico, quello che lo fa nudo balzare dal bagno, e scorrere pieno di entusiasmo per la Città si è la speranza de' piaceri che in avvenire aspetta e dalla stima degli uomini, e da' benefici che dovrà riceverne [...]. Un dolor morale de' più sublimi nella sfera degli umani sarà quello che sente un cuor nobile e generoso, qualora per disgrazia o acciecato da una violenta passione, ovvero per inavvertenza abbia mancato di gratitudine a un virtuoso suo benefattore. Analizziamo i sentimenti dolorosi che lo affliggono. Egli teme il disprezzo, o almeno la diminuzione della stima degli uomini, e confusamente nell'avvenire scorrendo, se ne anticipa i mali [...]. Tutt'i piaceri morali che nascono dalla stessa umana virtù, altro non sono che uno spignimento dell'animo nostro nell'avvenire antivedendo le sensazioni piacevoli che aspettiamo [...]. L'uomo fedele alle sue promesse, grato ai beneficj, attivo nel consolare e ajutare gli uomini, disinteressato, generoso, guardingo a non nuocere sia coi fatti sia colle parole più trascorrevoli, e talvolta più fatali, ogni volta che con un nuovo atto rinfianca i suoi principj, prevede di rendere sé stesso sempre più forte coll'abitudine al bene, e di confermare e cimentare sempre più la opinione pubblica, e singolarmente la stima degli uomini buoni [...]. Dunque il Piacer morale nasce dalla speranza. Cos'è speranza? Ella è la probabilità di esistere meglio di quello che ora esisto. Dunque speranza suppone mancanza sentita d'un bene. Dunque suppone un male attuale, un difetto alla nostra felicità. Dunque non posso avere un piacere morale se non supponendomi previamente un male, che tale debb'essere un difetto, una mancanza sentita alla mia felicità [...]. [...] dunque il Piacer morale è sempre accompagnato dalla cessazione di un male, giacché quand'anche sia tenue la speranza, ed ella non diminuisca se non di pochi gradi la sensazione disgustosa che portiam con noi, quella quantità diminuita è altrettanto male che cessa, alla quale quantità è paragonabile il Piacere morale. Né perciò abbiamo ancora trovata la vera definizione del Piacer morale; perché sebbene il Piacer morale sia sempre accompagnato dalla cessazion del dolore che presuppone non però ogni cessazione di dolore produce un Piacer morale. Sia per esempio: Un cuore sensibile ama teneramente la virtuosa sua sposa; la dolce abitudine di convivere, la uniformità di sentimenti, la bontà del suo carattere, tutto fa che in lei ritrovi la felicità de' suoi giorni: una feroce malattia sopravviene alla sposa, e la precipita ai confini della morte. Facile è lo immaginarsi quale strazio crudelissimo soffre il cuore dello sposo; ognuno accorderà che questo sia uno de' più violenti dolori morali. Giunto al colmo malore con gradi tardi ed insensibili, passa dall'imminente pericolo ad acquistare alcuna speranza di ore, poi di giorni, poi non è affatto disperatissimo il caso; indi appare un piccol raggio di speranza che gradatamente e lentamente si va rinforzando sin tanto che si passa a una lunga convalescenza, indi alla sanità. Supponiamo che senza salto veruno, ma attraversando tutti gli stati intermedj che non si possono esprimere gradatamente colle voci, le quali in ogni lingua caratterizzano unicamente i modi principali e decisi, il dolor morale dello sposo sia cessato. In questo caso il sommo dolore s'andò insensibilmente mitigando, si rese poi sopportabile, indi leggiero, sin tanto che placidamente passò alla calma, senza che in un solo istante l'animo dello sposo abbia provato un piacer morale. Figuriamoci ora lo sposo medesimo nel punto in cui per una falsa voce piange la perdita della sua sposa, e nel momento della maggior desolazione si spalancano le porte, entra la sposa inaspettatamente ilare e sana che si scaglia fra le sue braccia; forse non avrà robustezza bastante nella fibra per resistere alla violenza del piacere; pochi piaceri morali possono essere paragonabili alla delizia di questo. L'istesso uomo nelle due supposizioni passa dal sommo timore al non temere; l'istessa persona nei due casi da un dolore cocentissimo passa alla cessazion del dolore. Perché mai nel primo caso non provò egli nessun Piacere, e vivissimo lo provò nel secondo? Ne' due casi dall'istesso dolore passò il di lui animo alla cessazione del dolore; come dunque nasce il Piacere? Nel primo non ebbe piacere, perché la cessazione del dolore fu lenta; nel secondo caso ebbe un piacer sommo, perché la cessazione del dolore fu rapida. Se ciò è, abbiamo la definizione dei Piaceri morali, e sono una rapida cessazione di dolore. Dei dolori morali che insensibilmente si annientano senza sentimento di piacere, ne abbiamo una schiera assai grande, e sono tutti quelli che il Tempo solo fa cessare [...]. Dirà taluno, è vero, che ogni piacer morale consiste nella rapida cessazione del dolore; ma egualmente potrà dirsi che ogni dolor morale consiste nella rapida cessazion di un piacere. Ma a ciò rispondo che una simile generazione reciproca non si può dare; e per conoscere che ciò non si può, basta il riflettere che se ciò fosse, non potrebbe l'uomo cominciar mai a sentire né piacere né dolor morale; altrimenti la prima delle due sensazioni di questo genere sarebbe e non sarebbe la prima in questa ipotesi, il che è un assurdo. Eccone la prova. Dopo il momento in cui l'uomo ha ricevuto la vita, vi deve essere un primo piacer morale, e un primo dolor morale. Supponiamo noi che la prima di queste due sensazioni sia un piacere? Se questo consiste nella rapida cessazione di un dolore è stato preceduto dunque da un dolore; dunque la sensazion del piacere non è stata la prima. Supponiamo noi in vece che la prima sensazione sia stata un dolore? Se fosse vero che questi consistesse nella rapida cessazion d'un piacere, il dolore pure non sarebbe stato la prima sensazione. Dunque evidentemente si conclude non essere possibile quest'alternativa essenziale generazione; e se il piacer morale consiste nella rapida cessazione d'un dolore, ne viene per conseguenza sicura che il dolor morale non può consistere nella rapida cessazione del piacere, perché il primo piacere morale che ha sentito l'uomo sarà nato dalla distruzione rapida di un dolore che non è stato preceduto da verun piacere. Dunque o né l'una, né l'altra di queste generazioni è vera; oppure, se una di esse è vera, l'altra è impossibile. Se dunque concludentemente si prova che il piacer morale sia una cessazione rapida d'un dolore, ne verrà per conseguenza che il dolor morale non può consistere in una cessazione rapida di un piacere. Il Sig. di Maupertuis ha voluto calcolare i piaceri e i dolori, e il risultato che ne scaturisce al paragone si è che la somma totale dei secondi eccede, onde valutata l'intensione e la durata delle affezioni dell'animo nostro, più pesano le disgustose che le amabili, e più soffriamo di quel che godiamo, qualunque sia la condizione, e fortuna nostra nel corso della vita. Questa conseguenza che ogni uomo trova pur troppo vera nella serie delle umane vicende, scaturisce, almeno per le sensazioni morali, dalla stessa definizione che abbiam ritrovata del piacere. Questi è una rapida cessazion di dolore; questi non può mai essere una quantità maggiore di quella che ha fatta cessare; può essere assai più violento, perché concentrato in pochi istanti; ma la somma totale distesa per lo spazio di tempo in cui si è sofferto il dolore che rapidamente è ceduto, non può esser minore dell'effetto. Ogni piacer morale che si gode, suppone una quantità uguale per lo meno di dolore che si è sofferto; sin qui potrebbero essere bilanciate le due quantità. Ma tutt'i dolori che non terminano rapidamente, sono una quantità di male che nella sensibilità umana non trova compenso, ed in ogni uomo si danno delle sensazioni dolorose che cedono lentamente. Dunque, se è vera la definizione già data del piacer morale, di necessità deve l'uomo più soffrire che godere nella serie delle sensazioni morali. Un'altra conseguenza scaturisce da questo principio, ed è che non può l'uomo sentire due piaceri morali contigui, se il primo almeno non è frammisto a qualche porzion di dolore; poiché il secondo piacere consistendo nella cessazione rapida di un dolore, forz'è che questo dolore coesistesse col piacer primo. Quindi due piaceri perfetti di séguito nella serie delle sensazioni morali saranno impossibili a darsi, ma necessariamente dovrà interporvisi un dolore, la di cui rapida cessazione cagioni il secondo; ed ecco perché la felicità vera e depurata da ogni male non possa fisicamente essere uno stato durevole nell'uomo nemmen per poco, ma appena per brevissimi intervalli ne vegga dei lampi per ripiombare ben tosto nel desiderio animatore di riaccostarsi a quella seducente immagine, di cui sollecito e ansante va in cerca durante lo spazio della sua vita. È una verità malinconica [traurig], ma egualmente costante, che l'uomo può essere occupato da un seguito non interrotto di dolori, e discendere per lungo tratto di tempo verso la infelicità senz'altro limite che la stupidità, o la morte; perché uno scompaginamento, una lacerazione, una distensione ne' nostri organi non esclude una successiva nuova lacerazione, sompaginamento e distensione; laddove sebbene possa succedere a un piacere frammisto con molto dolore, una nuova cessazione rapida di altra parte di dolore, e così un piacere meno amareggiato, fin tanto che si giunga a un momento di felicità, questa scala però nell'ascendere non può essere tanto lunga, quanto lo è quella della discesa. In fatti il dolore o morale o fisico può occupare miseramente un uomo per più giorni senza lasciargli intervallo o pace bastante per chiudere gli occhi al sonno; ma nessuna serie di piaceri vi sarà che basti a tener occupato piacevolmente un uomo più giorni, senza che il sonno, la lassitudine, la sazietà l'abbiano interrotta. Non v'è piacere o morale, o fisico, il quale non s'annienti nell'animo nostro alla sensazione d'un forte mal di capo, o di denti. Ecco perché l'immaginazione d'ogni uomo facilmente può figurarsi un cumulo di mali, e uno stato durevole di pene e di assoluta miseria, e per il contrario non può nemmeno nel liberissimo regno della nostra immaginazione dipingersi uno stato di vita sempre giocondo e felice, libero da ogni noia e da ogni sazietà. Ecco perché le descrizioni del Tartaro riescano sempre più colorite e verosimili di quelle dell'Eliso, le quali dopo inutili sforzi compajono stentate e fredde, quand'anche sien fatte da uomini dotati di somma immaginazione [...]. Ho ragionato fin ora dei piaceri morali, e di questi credo d'aver ritrovata l'indole e la definizione dicendo essere questi una rapida cessazion di dolore; resta ora che entriamo nella medesima analisi su i Piaceri fisici, affine di conoscere se essi sieno d'uguale, o d'indole diversa dei morali. Primieramente ognuno mi accorderà che una gran parte dei Piaceri fisici consista egualmente in una rapida cessazion di dolore. Arso dalla sete dopo lungo cammino fatto ai cocenti raggi del sole nella calda stagione, dopo averla sofferta per lungo tempo, e cercato inutilmente ristoro, trovo finalmente una fresca soavissima bevanda; in quel momento provo un piacer fisico assai sensibile, e questo facilmente si vede cagionato dalla rapida cessazione del dolore. Affamato trovo una lauta cena, tanto ne è maggiore la delizia, quanto più forte la fame sofferta, e questo piacer fisico è pure una rapida cessazion di dolore. Oppresso dalla stanchezza trovo un letto agiato; intirizzito dal freddo vengo trasportato a un tiepido ambiente. Questi sono piaceri vivissimi, piaceri fisici, cioè cagionati da una visibile azione sugli organi, e sono piaceri consistenti nella rapida cessazion del dolore. Se ben si rifletta, si troverà che la maggior parte dei piaceri fisici sono di questo genere, e che evidentemente si conosce consistere essi in una rapida cessazion di dolore [...]. Talvolta l'uomo, anche senza avvedersene, risveglia in sé medesimo delle sensazioni inquietissime e penosissime unicamente per sentirle rapidamente cessare. Forse l'uso di quella polve caustica che sogliamo fiutare; forse l'uso che alcuni fanno masticando un'erba disgustosa e sozzamente preparata; forse l'abitudine di riempirsi la bocca col fumo d'un vegetabile stimolante, l'uso della senape nelle vivande e simili, sono stati introdotti per questo principio [...]. In fatti che altro significano queste parole tedio [Unlust], noja [Verdruß], inquietudine [Unruhe], malinconia [Niedergeschlagenheit] se non un modo di esistere doloroso [peinlicher Zustand von Unbehaglichkeit], senza che ci accorgiamo di qual natura sia o in qual parte di noi la sede del dolore. Ciò posto, io rifletto che ogni uomo ha quasi sempre seco qualche dolore di questa natura, perché ogni uomo ha qualche fisico difetto nella sua macchina; per esempio: qualche viscere sproporzionatamente grande o angusto, qualche corpo estraneo o nel fiele o ne' reni &c. Un anatomico avrebbe di che troppo contristare un Lettore colla serie de' mali che può aver l'uomo entro di se senza avvedersene; mali i quali ci cagionano dei vaghi e innominati dolori, cioè dolori che più o meno ogni uomo soffre senza esattamente sentirne la cagione, e son questi dolori innominati [unnenbare Schmerzen], dolori non forti, non decisi, ma che ci rendono addolorati senza darci un'idea locale di dolore, e formano vagamente sì, ma realmente il nostro malessere [Zustand von Unbehäglichkeit]. Questi dolori innominati sono a parer mio la vera cagione di que' piaceri fisici, i quali a primo aspetto sembrano i più indipendenti dalla cessazion del dolore [plötzliches Verschwinden von Schmerzen]. Ritorniamo al filo del nostro argomento. [...] Consideratosi adunque il Piacere per la fisica azione che ne segue in noi, egli è piuttosto una quantità negativa che positiva; egli è un accostamento al non essere; il dolore per lo contrario è una quantità positiva, è una azione nella rapida cessazione della quale consiste il piacere. Osserviamo infatti, quanto ci sembra mai breve il tempo che passiamo con piacere, e per lo contrario quanto è mai lungo quello in cui viviamo addolorati! Il tempo relativamente a noi altro non è che la successione delle nostre sensazioni. Se un uomo potesse per degli anni di seguito restar di seguito assorbito nell'estasi di una sola idea, egli non si accorgerebbe che sia trascorso tempo. Ciò posto se le ore del dolore ci sembrano lunghe convien dire che molte e replicate e fitte sensazioni sieno trascorse in noi durante quello spazio di tempo, onde riflettendo noi alla serie per la quale passammo, giudichiamo essere trascorso più tempo che il pendolo non ci indica. Le ore del piacere sono una cessazione di dolore la quale anzi che supporre un'azione, è cessazione di azione, è uno stato uniforme dell'animo, quindi lo spazio di tempo trascorso non essendo seminato da replicate scosse, e sensazioni, l'animo lo ricorda, e lo giudica breve più che non è. Ecco perché altresì il piacere per sua indole debb'esser breve, né può protraersi oltre un corto spazio, laddove il dolore può essere tanto lungo e durevole, quanto la vita che ci può togliere; perché un'azione positiva sopra di noi non ha altri confini di tempo che la nostra sensibilità; in vece una mera cessazione rapida di dolore non può allungarsi senza continuo discapito della rapidità sua, e annientata questa s'annienta il piacere, come si è detto disopra[...]. Sono adunque più i mali o i beni in questa vita? La somma totale de' dolori [Leiden] è ella eguale, maggiore, ovvero minore della somma totale de' piaceri? Ogni uomo prova egli una porzione uguale di bene [Glück], e male [Unglück]? Su di tali questioni trattate ingegnosamente da varj illustri italiani all'occasione del libro del Sig. di Maupertuis, io ardirò dire quello che ne sento, e quanto parmi scaturire dai principj già indicati. V'è chi osservò non essere due quantità paragonabili dolore e piacere e non potersi mai esattamente trovare una di queste due serie di sensazioni che sia eguale, o doppia o tripla dell'altra. In fatti dammi un piacere che esattamente valga un determinato dolore? La mente umana non ha mezzi onde graduarli, né abbiamo veruna macchina che serva di misura, come i Termometri, i pendoli, i palmi, le once ci fanno paragonare i gradi di calore, il tempo, l'estensione, i pesi &c. Ciò non ostante nella pratica delle nostre azioni noi facciamo tacitamente paragoni continui fra il male e il bene, fra il dolore e il piacere. L'ambizioso, l'innamorato, l'avaro, il vendicativo quanti mali non affrontano, quante sensazioni dolorose spontaneamente non iscelgono, perché giudicano praticamente che il piacere che se ne promettono sarà maggiore del male che son disposti a soffrire per ottenerlo. Anche gli uomini più pacati, e non mossi da forte passione scelgono sempre fra il dolore e il piacere, e ne fanno continuo calcolo di paragone. L'uscir di casa con un tempo cattivo, l'attraversare un lungo cammino a piedi, l'uscir di buon'ora da letto ove mollemente ti giaceresti, il differire a cibarti &c., sono piccoli dolori, ma però lo sono, e ogni uomo gli giudica una quantità minore del piacere che avrà d'aver visitato un amico, d'aver esattamente adempiuto agli obblighi dello stato, d'aver usata urbanità e compiacenza &c. Se adunque nella pratica l'uomo paragona continuamente i dolori e i piaceri, convien dire che sieno due quantità prossimamente paragonabili. Ogni azione nostra si assomiglia a una compra, si dà il denaro per avere una cosa; il privarsi del denaro per se è un male; ma quando compriamo, giudichiamo che è un bene maggiore di questo male la cosa che ricerchiamo. In ogni condizione in cui sia l'uomo, anche sotto al Trono, è costretto a fare una quantità di azioni penose, incomode, dolorose per acquistarsi i piaceri. Questo calcolo l'uomo lo fa abitualmente. Ciò posto, siccome di sopra ho detto il piacere non essendo che una rapida cessazione di dolore non può in conseguenza essere maggiore giammai della quantità del dolore, la di cui cessazione non può essere maggior quantità che lui medesimo. Di più l'uomo soffre dei dolori i quali cessano lentamente, onde non hanno un piacere che ad essi corrisponda. Dunque la somma totale delle sensazioni dolorose debb'essere in ogni uomo maggiore della somma totale delle sensazioni piacevoli. Tal'è la condizione dell'uomo; ma la seducente e consolatrice speranza ci sta sempre al fianco sino all'ultimo respiro, sparge di rose la scoscesa e laboriosissima via, per lei prendiamo vigore e fiato, e s'ella ci spigne al di là del breve viver nostro, ci fa ridenti attraversare fralle difficoltà più scabrose, e placidi soffrire anche i dolori più forti. Se fosse vero che ogni uomo egualmente avesse che soffrire, e che godere; se fosse vero che il sano, ricco, libero, rispettato, avesse tanti mali e beni, quanti ne ha l'infermo, povero, carcerato e abietto, questa odiosissima verità distruggitrice di ogni germe benefico di compassione sarebbe da proscriversi da chiunque onora l'umanità. Ma l'immortale verità non nuoce ai più cari, e preziosi sentimenti dell'uomo, e l'opinione di questa sognata uguaglianza è un patentissimo errore. Se ogni piacere consiste nella rapida cessazione d'un dolore, e se ogni dolore può cessare anche lentamente, ne viene per conseguenza che può essere diversissima la proporzione fra l'uomo, e l'uomo, e mentre uno nella serie della sua vita avrà un terzo delle sue sensazioni piacevoli, un altro appena ne avrà un decimo, un centesimo. E qui dò fine al mio discorso. Rispettando la memoria del virtuoso Epicuro potrò dire che lontano egualmente dal gregge degli Epicurei, come dall'insensibilità della Stoa, se avrò fatte cessare rapidamente e con frequenza le sensazioni dolorose di chi mi ha letto; se avrò invitato a pensare, ad analizzare l'inesauribile fondo della propria sensibilità, avrò ottenuto il fine che mi era proposto." Torna al testo Nota 2 Pietro Verri, Idee sull'indole del piacere, Livorno 1773: "La Musica, la Pittura, la Poesia, tutte le belle arti hanno per base i dolori innominati [nahmenlose Schmerzen]; in guisa tale che, se io non erro, se gli uomini fossero perfettamente sani, e allegri non sarebbero nate mai le belle arti: Questi mali [Uebel] sono la sorgente di tutti i piaceri più delicati della vita. Esaminiamo infatti l'uomo nel momento in cui è veramente allegro, contento, e vivace, e lo troveremo insensibile alla Musica, alla Pittura, alla Poesia e ad ogni bell'Arte, ammeno che la precedente abituazione meccanicamente non lo porti a riflettervi, ovvero la vanità di mostrarsi sensibile non lo renda ipocrita in quel momento. L'uomo vigoroso che ha la contentezza nel cuore, è nel punto il più rimoto dalla sensibilità: questa s'accresce col sentimento della nostra debolezza, dei nostri bisogni, dei nostri timori. Un uomo che abbia della tristezza, s'egli avrà l'orecchio sensibile all'armonia, gusterà con delizia la melodia d'un bel concerto, s'intenerirà, si sentirà un dolce tumulto di affetti, godrà un piacer fisico reale, cioè sarà rapidamente cessato in lui quel dolore innominato, da cui nasceva la tristezza, coll'esser l'animo assorto nella musica, e sottratto dalle tristi e confuse sensazioni di dolori vagamente sentiti e non conosciuti [...]. Parimente in Teatro uno spettatore veramente lieto e vegeto si troverà poco sensibile, e sarà continuamente distratto; laddove per lo contrario l'uomo che trovisi un po' infelice, s'intenerirà, singhiozzerà, proverà una voluttà squisitissima alla rappresentazione di una buona tragedia [...]. Molti hanno detto che gli sciocchi sono felici; io anzi dico che i felici sono sciocchi, perché l'uomo che non soffra il pungolo del dolore e che tranquillamente viva vegetando, non ha una ragion sufficiente per superare la inerzia e attuarsi presso di verun oggetto; quindi nessuna parte dell'ingegno se gli può sviluppare, e nessuna idea viene da lui esaminata attentamente. Non v'è principio che lo obblighi a balzar fuori dall'indolenza ed affrontare la fatica. Non è dunque per esser sciocco che un uomo è felice, ma l'uomo è sciocco, perché è felice. In fatti troveremo che tutti gli uomini che coltivano le scienze e le arti con qualche buon successo, furono spinti dall'infelicità e dalla folla dei mali sulla laboriosa carriera che hanno battuta; leggiamo le memorie degli uomini più illustri in qualsivoglia parte dell'umano sapere, e troveremo costantemente che o la domestica inopia, o la persecuzione, o il disprezzo altrui, ovvero i mali di una cagionevole organizzazione gli spinsero all'azione, al moto, alla fatica, la qual fatica per sé stessa è dolorosa, e non si abbraccia dall'uomo naturalmente se non quando inseguito da un dolore ancora più grande spera in essa di ritrovare un salvamento; ed ecco come non solamente ogni piacere che risvegliano le scienze e le belle arti nasca dai dolori principalmente innominati, ma dai dolori nasca ogni spinta a conoscerle, a coltivarle, a ridurle a perfezione. Così l'idea terribile del dolore è l'archetipo di quella serie di purissimi piaceri, che fanno la delizia delle anime più delicate e sensibili. Sebbene, parlando dei dolori innominati [nahmenlose], io principalmente gli abbia attribuiti all'azione fisica immediata dei corpi sugli organi nostri, non intendo dire perciò che una parte di questi non venga anche da sensazioni morali mal conosciute. Nella società di persone le quali mostrino indifferenza per noi, o poca stima, proviamo un dolore innominato [unangenehme Empfindung], e lo chiamiamo noja [Verdruß], quando quel sentimento è più deciso e conosciuto lo chiamiamo umiliazione, dispetto &c. L'amor proprio riempie l'animo nostro di sentimenti innominati [unnenbare Empfindungen] qualunque volta sia offeso mediocremente, e senza grande impeto. I dolori innominati adunque possono essere o fisici, o morali, sono soltanto alcune affezioni dolorose sordamente [dunkle Empfindungen], le quali fanno un mal essere in noi senza che la riflessione nostra ne abbia analizzata, e riconosciuta esattamente la cagione [...]. A tal proposito io osservo che sarebbe intollerabile una musica, se non vi fossero opportunamente collocate e sparse delle dissonanze, le quali cagionano una sensazione disaggradevole e in qualche modo dolorosa [...]. Ma troppo mi svierei dall'argomento che mi sono proposto, se volessi entrare più addentro coll'immaginazione fra questi ridenti oggetti, dei quali forse un'altra volta potrò parlarne di proposito, e ritornando al soggetto del quale ora io tratto, parmi che lo scopo d'ogni buon Artista sia quello di spargere le bellezze consolatrici dell'arte in modo che vi sia intervallo bastante fra l'una e l'altra per ritornare alla sensazione di qualche dolore innominato, ovvero di tempo in tempo di far nascere delle sensazioni dolorose espressamente, e immediatamente soggiungervi un'idea ridente che dolcemente sorprenda, e rapidamente faccia cessare il dolore [...]. Torna al testo Nota 3 Lucrezio, De rerum natura, V 226-229: "vagituque locum lugubri complet, ut aequumst cui tantum in vita restet transire malorum". [Si veda anche AA II, pp. 39-40: "Un certo poeta antico inserisce nel quadro della vita umana un tratto che suscita emozione quando descrive l'essere umano appena nato. Il bambino, dice, riempie subito l'aria di tristi lamenti, come accade ad una persona che deve entrare in un mondo nel quale la attendono molti tormenti"; e Discorsi del conte Pietro Verri dell'Instituto delle Scienze di Bologna. Sull'indole del piacere e del dolore, sulla felicità e sulla economia politica. Riveduti ed accresciuti dall'autore. Milano, Marelli, 1781. (Rist. anast. Roma, Archivi Edizioni, 1974), § XI: "Il dolore precede ogni piacere ed è il principio motore dell'uomo. Osserviamo i bambini; essi meritano la compassione e l'assistenza nostra, e sono i migliori maestri che possiamo scegliere per conoscere l'uomo e lo sviluppo della sensibilità. Al momento in cui il bambino nasce ci dà tutti i contrassegni del dolore e d'un violento dolore. I Persiani, per renderci maravigliosa l'origine del loro legislatore, asserirono che appena nato ridesse, ma la natura dovunque ci fa vedere il bambino gemente e smanioso al suo nascere, e per due o tre mesi dopo nato ancora o ce lo mostra stupido ovvero addolorato. Le prime sensazioni adunque dell'uomo sono il dolore. Infatti l'aria ferisce le loro membra molli e sensibilissime; la luce percuote violentemente i loro occhi delicati; il latte aggrava il loro stomaco e cagiona le irritazioni ne' loro visceri; le loro lagrime, le grida, l'inquietudine, tutto ci manifesta lo stato dolorosissimo del loro essere. Trascorrono, non che i giorni e le settimane, anche i mesi dopo che gli occhi sono troppo avvezzi al pianto, che la loro bocca comincia ad apprendere il sorriso. Questo fatto ci prova che il dolore lo può sentire l'essere organizzato al primo momento di sua esistenza, e che il piacere non si prova se non dopo d'aver sofferto il dolore. Infatti una sensazione suppone un cambiamento di stato nell'organo che la riceve, cioè o una tensione accresciuta ovvero diminuita. Se l'organo era nello stato di perfezione la prima sensazione lo toglie da quello, conseguentemente è un disordine e un dolore. Se poi l'organo era viziato o per soverchia tensione o per ammollimento soverchio, la prima azione de' corpi esterni, può bensì rimediarvi, ma sarà preceduta dal dolore che produceva il vizio della costruzione organica, e così ne deriva che la prima sensazione deve necessariamente essere dolorosa. Io non dirò che il dolore di per sé sia un bene; dirò bensí che il bene nasce dal male, la sterilità produce l'abbondanza, la povertà fa nascere la ricchezza, i bisogni cocenti affinano l'ingegno, la somma ingiustizia fa nascere il coraggio, in una parola il dolore è il principio motore di tutto l'uman genere; egli è cagione di tutti i movimenti dell'uomo, che senza di lui sarebbe un animale inerte e stupido, e perirebbe poco dopo di esser nato; egli ci spinge alla fatica del lavoro de' campi, ci guida a creare e perfezionare i mestieri, c'insegna a pensare, crea le scienze, fa immaginare le arti e le raffina; a lui siamo, in una parola, debitori di tutto, perché dalla Eterna Sapienza ci è stato collocato intorno acciocché fosse il principio che desse vita, anima e azione all'uomo. Appena nati trascorrono poche ore, e il dolore della sete sveglia l'assopito bambino, gl'insegna a trangugiare il latte, poi dà moto alla sua lingua, alle sue mascelle, e gl'insegna a succhiarlo; senza il dolore non si ciberebbe, e la morte sarebbe assai vicina al nascimento. Poi, cade nella passiva indifferenza e dorme; non più sarebbe richiamato alla vita, se il dolore non lo scuotesse. Noi stessi, adulti che siamo, non ci svegliamo mai spontaneamente dal sonno; comunemente il dolore, cagionato dalla lunga pressione sulle parti sulle quali stiamo giacendo, è quello che ci desta; infatti la prima azione che facciamo allo svegliarci si è un moto che cambi la nostra giacitura, e distendiamo i muscoli che per quello spazio di tempo rimasero raggruppati; talvolta un affannoso sogno, dolorosamente agitando la nostra immaginazione, ci desta: il sonno condurrebbe naturalmente alla morte se non vi s'infrapponesse il dolore. Se uno sconcerto accade nella nostra macchina, il dolore è quello che ci avvisa e ci scuote a ripararlo; senza del dolore, il ferro, il fuoco, gli altri esseri consumerebbero le nostre membra prima che ce ne avvedessimo. L'uomo, se non soffrisse dolore, apparirebbe alla luce per una brevissima vegetazione, che lasciandolo svenire privo d'alimento, lo piegherebbe poco dopo alla morte. Se l'uomo non avesse sofferto il dolore del caldo, del freddo, della umidità e delle malattie, non avrebbe mai cominciato a formarsi delle capanne, poi delle case né a tessere per riparare il suo corpo. Se il dolore della fame non l'avesse spinto non mai si sarebbe dato alla caccia, alla vita pastorale, indi alla coltivazione della terra. Fatti questi primi passi, sarebbesi l'uomo limitato a queste arti ed alle adiutrici; ma la naturale fecondità della specie moltiplicò i dolori e la ricerca de' mezzi per sedarli; e nacque l'industria, che dopo essersi esercitata in rapine, dovette passare a stabilire le proprietà; e poscia i pochi che poterono profittare del moto altrui risparmiarono il dolore della fatica, e si rifugiarono in quello stato di quiete e di torpore, che è lo stato naturale dell'uomo mancante di dolori [...]. Così nacquero le scienze e le arti dalle più facili sino alle più astratte e raffinate, così ogni bene del mondo ha la sua radice nel male, così il dolore è il principio dell'azione, e così l'uomo per sottrarsene lo affronta e abbraccia, sempre fuggendo dal maggior dolore e sopportando la fatica, che pure è dolorosa, perché lo libera da dolori più forti. Infatti le nazioni che abitano un clima dolce, ove la terra facilmente somministra l'alimento, sono la sede dell'indolenza; e ne' climi più aspri, e ne' terreni più avari veggiamo gli uomini spinti ad un'attività abituale che forma nell'uomo quasi un bisogno di agire." Torna al testo Nota 4 Vedi nota 1 Torna al testo Nota 5 "Discorsi del conte Pietro Verri dell'Instituto delle Scienze di Bologna. Sull'indole del piacere e del dolore, sulla felicità e sulla economia politica. Riveduti ed accresciuti dall'autore. Milano, Marelli, 1781. (Rist. anast. Roma, Archivi Edizioni, 1974), Prefazione: "Il discorso Sull'indole del Piacere e del Dolore sviluppa un sistema di cui se ne trovano i semi in Platone. Quest'autore ci ha tramandato il ragionamento che tenne Socrate poich'ebbe inghiottita la cicuta. Vennero tolti i ceppi a Socrate, e quel filosofo strofinando la gamba al luogo al quale i ceppi avevano compresso, e trovandone voluttà, riflettè sul piacere cagionato dalla cessazione del dolore. Eccone le parole: Socrates autem sedens in lectica contraxit ad se crus, manuque perfricuit, atque inter fricandum sic inquit: Quam mira videtur, o viri, haec res esse quam nominant homines voluptatem, quamque miro naturaliter se habet modo ad dolorem ipsum, qui eius contrarius esse videtur, quippe cum simul homini adesse nolint, attamen si quis prosequitur capitque alterum, sempre ferme alterum quoque accipere cogitur, quasi ex eodem vertice sint ambo connexa. Arbitror quidem Aesopum si haec animadvertisset fabulam fuisse facturum: videlicet Deum ipsum cum ipsa inter se pugnantia vellet conciliare, neque id facere posset, in unum saltem eorum apices coniunxisse, proptereaque cuicumque adest alterum, eidem mox alterum quoque adesse: quod quidem mihi accidit in proesentia. Siquidem modo crus propter vincula afficiebatur dolore, sed huic succedere voluptas iam videtur. Così Marsilio Ficino ci ha tradotto quel passo di Platone nel Phoedo vel de anima". Torna al testo I testi sono tratti da: P. Verri - I. Kant, Sul piacere e sul dolore. Immanuel Kant discute Pietro Verri, a cura di P. Giordanetti, Milano, Unicopli, 1998
Università degli Studi di Milano Dipartimento di Filosofia ![]() |